La chirurgia robotica entra sempre più nel trattamento della sordità e a Verona trova applicazione al Centro regionale dell’orecchio bionico dell’Aoui, dove l’impianto cocleare viene scelto e programmato in base alle caratteristiche anatomiche di ciascun paziente. L’obiettivo è migliorare la resa uditiva, riducendo al minimo i danni alle delicate strutture dell’orecchio interno.
La novità è l’integrazione tra analisi anatomica, personalizzazione dell’impianto e inserimento robotizzato. Prima dell’intervento, un software specifico misura la coclea, la struttura dell’orecchio interno che trasforma le vibrazioni sonore in segnali destinati al nervo acustico. Sulla base di queste misurazioni viene individuato l’impianto più adatto, secondo il metodo ABF, acronimo di Anatomical Based Fitting.
Il dispositivo viene quindi inserito attraverso un braccio robotico di precisione, chiamato Otoarm-Otodrive, che avanza lungo una traiettoria programmata alla velocità di un millimetro al secondo. Una procedura pensata per rendere l’inserimento più controllato e delicato rispetto alla sola manualità chirurgica.
Un impianto diverso per ogni orecchio
Il principio alla base della tecnica è semplice: non tutte le coclee hanno le stesse dimensioni e un impianto standard potrebbe non adattarsi perfettamente all’anatomia del paziente. Conoscere in anticipo la lunghezza della struttura permette di scegliere un dispositivo adeguato e di programmare la distribuzione delle frequenze in modo personalizzato.
«In primo luogo analizziamo la coclea», spiega il dottor Marco Carner, responsabile del Centro. «Sebbene le coclee abbiano tutte all’incirca la stessa lunghezza, esistono in realtà delle differenze da individuo a individuo: in genere una coclea misura circa 28 millimetri e di solito si tende a inserire per tutti lo stesso tipo di impianto. Se però la coclea ne misura 31, rimarranno scoperti 3 millimetri».
Carner ricorre a un’immagine musicale per spiegare le conseguenze di questa differenza: «È come voler suonare solo una metà del pianoforte tralasciando l’altra, perdendo così molte frequenze».
La personalizzazione consente quindi di adattare l’impianto alla lunghezza della coclea e di definire una mappatura delle frequenze calibrata sul singolo paziente. Alla scelta anatomica si aggiunge l’inserimento robotizzato, che punta a preservare il più possibile le strutture residue dell’orecchio interno.
Il robot avanza a un millimetro al secondo
La delicatezza della procedura è uno degli aspetti centrali della tecnica. L’inserimento dell’elettrodo nell’orecchio interno richiede infatti movimenti estremamente controllati, perché un trauma alle strutture cocleari può compromettere la conservazione dell’udito residuo.
«Per quanto l’esperienza possa portare il chirurgo a procedere lentamente, la manualità umana risulta comunque troppo veloce e non sempre garantisce la preservazione delle strutture cocleari», sottolinea Carner. «Il robot, invece, viene posizionato sulla fessura ed effettua l’inserimento con estrema delicatezza, alla velocità calibrata e misurata di un millimetro al secondo».
Secondo quanto riferito dal Centro, la combinazione tra pianificazione anatomica e robotica permette di limitare il trauma sui tessuti e di puntare a risultati uditivi migliori. L’accensione dell’impianto può avvenire già il giorno successivo all’intervento, mentre la dimissione è prevista nella stessa giornata dell’operazione, secondo il percorso clinico descritto dalla struttura.
Intervento di circa un’ora e controlli anche a distanza
La procedura può essere proposta ai pazienti candidati all’impianto cocleare. L’intervento dura circa un’ora e viene eseguito in anestesia generale. Il percorso successivo prevede controlli periodici, indicati dal Centro su base annuale, con la possibilità di effettuare a distanza alcune verifiche attraverso la telemedicina.
La personalizzazione iniziale mira inoltre a ridurre la necessità di successive ricalibrazioni delle frequenze. L’idoneità alla procedura e il programma di controlli vengono comunque definiti in base alle condizioni e alle esigenze del singolo paziente.
Il primo paziente trattato con questa tecnica è stato operato lo scorso aprile. La procedura viene utilizzata per circa 15-20 pazienti all’anno e, in tre casi, alla robotica è stata associata anche l’analisi morfologica della coclea e la definizione della distribuzione delle frequenze attraverso algoritmi personalizzati.
Un’équipe specializzata al servizio dei pazienti
La tecnologia, da sola, non basta. Per ottenere un risultato uditivo adeguato resta fondamentale il lavoro coordinato di medici, personale tecnico e logopedisti, dalla valutazione iniziale alla programmazione dell’impianto e alla presa in carico successiva.
Al Centro regionale di riferimento dell’orecchio bionico, dove sono seguiti oltre mille pazienti — il 75% dei quali provenienti da fuori regione — operano il professor Luca Sacchetto, direttore dell’Unità operativa complessa di Otorinolaringoiatria, il dottor Marco Carner, responsabile del Centro, i dottori Luca Bianconi e Valerio Arietti e la dottoressa Athena Arsie.
L’équipe comprende anche il personale tecnico e logopedico formato da Roberta Cecco, Monica Dalla Valentina, Alberto Scapolo, Laura Tosi e Chiara Vanti.
L’esperienza veronese punta così a unire robotica e medicina personalizzata: non una tecnologia utilizzata soltanto per automatizzare un gesto chirurgico, ma uno strumento per adattare la scelta dell’impianto e la sua programmazione alle caratteristiche di ogni paziente. Un approccio che mette al centro l’anatomia individuale e la necessità di preservare, quando possibile, le capacità uditive residue.






























