Rapporto ISPRA, Verona: il cemento avanza, un terzo del territorio è artificiale. Ora la sfida passa dal nuovo PAT

 
 

Il Rapporto ISPRA 2026 fotografa un’Italia che nel 2025 ha perso oltre 102 chilometri quadrati di suolo naturale. Il Veneto resta tra le regioni più cementificate. A Verona il consumo ha già raggiunto 5.670 ettari: il nuovo Piano urbanistico promette rigenerazione e meno espansione, ma sarà decisivo capire quante trasformazioni consentirà davvero


Tre metri quadrati di territorio trasformati ogni secondo. Oltre 280 mila metri quadrati al giorno. Più di 102 chilometri quadrati nell’arco di un anno. È il bilancio, tutt’altro che rassicurante, del consumo di suolo in Italia nel 2025, fotografato dal nuovo Rapporto ISPRA-SNPA presentato il 27 ottobre. Rispetto al 2024 il consumo lordo è aumentato del 22,4%, mentre il saldo netto, una volta sottratte le superfici effettivamente ripristinate, resta negativo per quasi 9.500 ettari.

Un’accelerazione che riporta al centro una domanda fondamentale: quanto territorio possiamo ancora permetterci di trasformare, soprattutto nelle aree urbane già densamente costruite? Per Verona la questione è particolarmente rilevante. La città si trova infatti a fare i conti con un patrimonio di suolo artificiale già consistente, mentre è in corso il percorso di elaborazione del nuovo Piano di Assetto del Territorio (PAT), lo strumento destinato a orientarne lo sviluppo nei prossimi anni.

Il Rapporto, insieme alla cartografia e alle banche dati di indicatori allegati, fornisce il quadro aggiornato dei processi di urbanizzazione, artificializzazione e trasformazione del territorio, permettendo di valutare il consumo, l’impermeabilizzazione e il degrado del suolo, lo stato degli ecosistemi urbani e l’impatto delle dinamiche territoriali sul paesaggio e sui servizi ecosistemici.

Il Veneto è tra le regioni più cementificate

Il quadro nazionale evidenzia una situazione critica soprattutto nelle regioni settentrionali. Nel 2025 la Lombardia raggiunge il 12,27% di superficie consumata, il Veneto l’11,87% e la Campania il 10,65%. Il Veneto, dunque, si conferma al secondo posto nazionale per quota di territorio coperto da edifici, infrastrutture, piazzali e altre superfici artificiali. Nell’ultimo anno la regione ha registrato 583,67 ettari di nuovo consumo lordo, con un saldo netto di circa 518,67 ettari dopo i ripristini. Un dato che, pur inferiore a quello di altre regioni, assume un significato particolare se rapportato a un territorio già fortemente urbanizzato.

Il fenomeno non riguarda soltanto le grandi città. Le trasformazioni interessano anche i comuni della pianura, dove infrastrutture, insediamenti produttivi, logistica e nuovi insediamenti commerciali continuano a modificare il paesaggio. Il territorio veronese è coinvolto in questa dinamica, anche per la presenza di importanti assi di collegamento e di aree produttive e logistiche.

     Verona: 5.670 ettari di territorio già consumato

La fotografia più recente del patrimonio comunale, disponibile nel precedente aggiornamento ISPRA riferito al 2025, indica per Verona circa 5.663,64 ettari di suolo consumato, pari a circa il 28,55% della superficie comunale, al netto dei corpi idrici permanenti. Tradotto in termini concreti, significa che quasi tre decimi del territorio cittadino risultano già occupati da superfici artificiali. Un dato che colloca Verona tra i grandi comuni italiani con una significativa incidenza dell’urbanizzazione, pur in presenza di una componente collinare che contribuisce a mantenere più bassa la percentuale rispetto ad altre città venete.

La situazione non può essere letta soltanto attraverso la percentuale complessiva. Conta anche dove si concentra il consumo, quali aree vengono interessate e quale funzione svolgono i terreni trasformati. Un ettaro di terreno agricolo fertile, un’area naturale lungo un corso d’acqua o una superficie verde urbana non sono risorse facilmente sostituibili. Occorre inoltre distinguere lo stock di suolo già consumato dal nuovo consumo registrato nell’ultimo anno: il primo descrive quanto territorio è stato artificializzato nel tempo, il secondo misura l’avanzamento delle trasformazioni. Il nuovo rapporto aggiorna la cartografia al 2025, ma il dato comunale puntuale relativo all’ultimo anno va letto nella banca dati territoriale ISPRA, senza confondere la consistenza del 2024 con le nuove trasformazioni del 2025.

Più cemento significa più calore e maggiore pressione sulle acque

Il consumo di suolo non è soltanto una questione urbanistica o paesaggistica. È un fenomeno che incide direttamente sulla qualità della vita e sulla capacità delle città di affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Quando un terreno naturale viene coperto da asfalto, cemento o edifici, perde gran parte della propria capacità di assorbire e trattenere l’acqua piovana. Aumenta così il deflusso superficiale, con possibili conseguenze sul sistema di drenaggio urbano e sul rischio di allagamenti, soprattutto durante precipitazioni intense. Il suolo naturale svolge inoltre una funzione fondamentale nella regolazione della temperatura. Il rapporto evidenzia che nelle aree maggiormente impermeabilizzate le temperature superficiali estive possono superare di oltre 10 gradi quelle delle zone rurali circostanti, con punte locali di 12 gradi. Dove è presente una maggiore copertura arborea, invece, le temperature possono risultare fino a 1,6 gradi più basse.

Per Verona, città attraversata dall’Adige e caratterizzata da aree urbane, agricole e collinari, la tutela delle superfici permeabili e delle connessioni ecologiche assume quindi un’importanza che va ben oltre la conservazione del paesaggio. Significa contribuire alla gestione delle acque meteoriche, contrastare le isole di calore e preservare la qualità ambientale dei quartieri.

Il nuovo PAT: meno espansione, più rigenerazione. Ma saranno decisive le scelte concrete

È in questo scenario che si inserisce il nuovo Piano di Assetto del Territorio di Verona. Il percorso di elaborazione, avviato con il Documento preliminare approvato dalla Giunta nel dicembre 2024, è arrivato a una fase significativa nell’agosto 2026, quando gli elaborati pianificatori sono stati trasmessi alle otto Circoscrizioni cittadine per i pareri di competenza raccogliendone cinque favorevoli e tre contrari (quarta, quinta e ottava). Il Piano non è ancora definitivamente adottato e approvato. Restano da completare i passaggi amministrativi e tecnici previsti, compresi i pareri degli enti competenti, le verifiche geologico-sismiche, la compatibilità idraulica e gli adempimenti relativi alla valutazione ambientale.

L’Amministrazione comunale ha presentato il nuovo PAT come uno strumento fondato su un diverso modello di sviluppo. Tra le dieci leve strategiche indicate figurano il contenimento del consumo di suolo, il recupero delle aree dismesse, la natura come infrastruttura ecosistemica e l’introduzione di un Indice di Transizione Ecologica per misurare la sostenibilità degli interventi.

Nella presentazione del Piano, la vicesindaca e assessora all’Urbanistica Barbara Bissoli ha sintetizzato l’impostazione con una formula precisa: «Meno consumo di suolo, più qualità urbana; meno frammentazione, più connessioni; meno crescita quantitativa, più valore pubblico». Tra gli ambiti sui quali il PAT intende intervenire figurano anche Verona Sud e la ZAI, oltre al sistema della mobilità, ai servizi di prossimità, alla casa e alla valorizzazione del patrimonio storico e paesaggistico.

Quanto inciderà il nuovo Piano sul consumo di suolo?

È questo il punto sul quale si concentrerà l’attenzione nei prossimi mesi. Il nuovo PAT viene presentato come uno strumento che punta a privilegiare la rigenerazione urbana rispetto all’espansione, ma la sua reale efficacia ambientale dovrà essere misurata attraverso le previsioni quantitative e le regole che saranno effettivamente approvate.

Per comprendere quale sarà l’impatto sul territorio occorrerà verificare, in particolare:

  • quante superfici agricole o naturali potranno essere interessate da nuove trasformazioni;
  • quanta parte dello sviluppo previsto sarà assorbita dal recupero di aree dismesse e dalla riqualificazione dell’esistente;
  • quali limiti saranno fissati per le nuove edificazioni e per le infrastrutture;
  • come saranno tutelate le aree verdi, i corridoi ecologici e le connessioni con il territorio agricolo;
  • quali criteri ambientali saranno associati agli interventi e come verrà applicato il nuovo Indice di Transizione Ecologica.

Il PAT, infatti, non va confuso con l’autorizzazione immediata a realizzare singoli interventi: definisce il quadro strutturale e le condizioni entro le quali si svilupperà la successiva pianificazione urbanistica. Saranno quindi determinanti anche le scelte contenute nei futuri Piani degli Interventi e nei procedimenti attuativi. Senza un confronto puntuale tra la superficie di suolo oggi consumata, le previsioni di trasformazione del nuovo Piano e le aree destinate alla rigenerazione, non è ancora possibile quantificare quanti ettari potranno essere risparmiati o, al contrario, trasformati.

Non soltanto nuovo cemento: il rapporto individua le aree da recuperare

Il Rapporto ISPRA 2026 introduce anche un elemento di prospettiva. Per la prima volta, infatti, la mappatura nazionale non si limita a fotografare il consumo di suolo, ma individua superfici potenzialmente recuperabili e utilizzabili per interventi di rigenerazione ambientale.

Sono oltre 2.100 chilometri quadrati le superfici individuate come potenzialmente disponibili per avviare interventi di recupero, mentre 3.281 chilometri quadrati potrebbero essere utilizzati per la forestazione urbana. A queste opportunità si aggiungono 1.116 chilometri quadrati di coperture potenzialmente idonee all’installazione di impianti fotovoltaici e quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che potrebbero essere recuperate e riutilizzate.

Le aree pubbliche urbane potenzialmente idonee al ripristino superano complessivamente i 35 mila ettari. Tra le regioni con le maggiori estensioni figurano Lazio, Lombardia e Veneto.

È un cambio di prospettiva importante: prima di occupare altro terreno, occorre verificare quanto patrimonio edilizio, produttivo e infrastrutturale già esistente possa essere riutilizzato. Una scelta che riguarda direttamente anche Verona, dove la presenza di aree produttive da ripensare e di comparti urbani da rigenerare rappresenta una delle questioni centrali della pianificazione futura.

La sfida di Verona si gioca adesso

Il dato nazionale è inequivocabile: il consumo di suolo continua ad avanzare a una velocità superiore alla capacità di recuperare le superfici perdute. Nel 2025 i ripristini hanno interessato circa 745,6 ettari, una quantità ancora molto lontana dai 10.242,55 ettari di nuovo consumo lordo.

Per Verona il nuovo PAT rappresenta quindi un passaggio importante. La città dispone ancora di aree agricole, spazi aperti, corridoi verdi e superfici che svolgono funzioni ambientali essenziali. Preservarle significa proteggere una risorsa che non può essere ricostruita semplicemente attraverso nuove opere di compensazione. La questione non sarà soltanto quanto la città potrà crescere, ma soprattutto in quale modo. Il nuovo Piano sarà chiamato a dimostrare, attraverso numeri, cartografie e regole verificabili, se la rigenerazione potrà davvero diventare il criterio ordinario dello sviluppo urbano.

Perché, quando il suolo viene consumato, non si perde soltanto una superficie libera: si riduce la capacità del territorio di assorbire acqua, mitigare il caldo, ospitare biodiversità e garantire alle generazioni future uno spazio urbano più vivibile.

Alberto Speciale

(Articolo realizzato con il supporto di AI per l’elaborazione dei testi e delle immagini. Tutti i contenuti sono stati verificati, revisionati e approvati dall’autore)

 
 
Alberto Speciale
Classe 1964. Ariete. Lavoro come responsabile amministrativo e finanziario in una società privata di Verona. Sono persona curiosa e studiosa, amante della trasparenza con un interesse appassionato, inesauribile, sfacciato, per i fatti degli uomini. Caparbio e tenace. Lettore. Pensatore. Sognatore. Da poco anche narratore di fatti e costumi che accadono o che potrebbero accadere nella nostra città. "Sono responsabile di quel che scrivo non di quel che viene capito"

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