Gender Cap e Carenza di Servizi, buste paga ridotte di un terzo per le lavoratrici veronesi

 
 

L’ultimo aggiornamento delle tabelle Inps e Ires Veneto riguardanti i lavoratori dipendenti veronesi del settore privato (in pratica tutti i lavoratori e le lavoratrici che versano i contributi all’Inps ad eccezione degli agricoli e dei lavoratori domestici) ci dicono che al 01.01.2023 la retribuzione media nella provincia di Verona è di 23.446 euro lordi annui, con un forte divario del 33% tra la retribuzione media dei 185.087 lavoratori maschi, pari a 27.477 euro lordi, e la retribuzione media delle 147.396 lavoratrici femmine, pari ad appena 18.384 euro, sempre lordi.

Ovviamente, sui livelli retributivi influiscono inquadramenti e qualifiche professionali: per gli operai (187.200 in numero assoluto, di cui 65.112 donne) la retribuzione media è di 18.419 euro, più precisamente 21.553 euro per gli uomini e appena 12.544 euro per le donne. Vale la pena di osservare che il differenziale retributivo di genere in questa categoria raggiunge il 41,80% a svantaggio delle donne.

Gli impiegati (117.797 di cui 72.214 donne) hanno percepito nell’anno considerato una retribuzione media di 26.828 euro, che varia dai 34.629 euro in media per gli uomini e i 21.904 euro, sempre in media, per le donne. 

Tra i lavoratori dipendenti veronesi sono compresi, inoltre, 11.507 tra quadri e dirigenti con retribuzioni medie che vanno dai 68 mila ai 138 mila euro, e 14.994 apprendisti con un retribuzione media di 13.834 euro.

Andando un po’ più a fondo nell’analisi, si evidenzia che i livelli retributivi sono fortemente influenzati anche dall’orario di lavoro. Se, per esempio, limitiamo il campo di osservazione soltanto ai lavoratori e alle lavoratrici che hanno all’attivo l’intero anno lavorativo (52 settimane retribuite) e durante il 2022 non hanno mai svolto lavoro a tempo parziale, vediamo che la musica cambia completamente: come mettono in evidenza i dati Ires Veneto, la retribuzione media di un lavoratore full-time veronese che abbia lavorato per tutto l’anno ammonta infatti a 36.107 euro per gli uomini e a 31.324 euro per le donne. Rimane ancora un sensibile gap retributivo di genere, nell’ordine del 13% circa, ma l’aumento rispetto alle medie provinciali generali (rispettivamente di 27.477 euro per gli uomini e 18.384 euro per le donne) è considerevole: +31% per gli uomini e addirittura +70% per le donne.

Si dirà che è ovvio: chi più lavora più guadagna. Peccato che la condizione di full-timer con 52 settimane retributive all’attivo sia appannaggio quasi esclusivo degli uomini: sono infatti in questa condizione il 64% dei maschi contro appena il 32% delle donne. Un altro 30% di donne ha raggiunto nel 2022 le 52 settimane retribuite, ma con presenza di tempo parziale, per una retribuzione media di soli 17.082 euro. Un ulteriore 19% di donne ha tra le 29 e le 51 settimane retribuite (con o senza tempo parziale) per una retribuzione media di appena 12.901 euro. Nel complesso, la presenza del tempo parziale tra le donne risulta essere del 51% con punte del 61% nelle qualifiche operaie (il che spiega anche il maggiore divario) contro appena il 17% degli uomini.

In quale misura la maggior propensione delle donne al tempo parziale è frutto di una libera scelta oppure è dettata da condizionamenti sociali? Per la Segretaria generale Cgil Verona Francesca Tornieri ci sono pochi dubbi: “I numeri evidenziano il peso schiacciante che la diseguale ripartizione del lavoro di cura e dei carichi famigliari, aggravato dalla carenza (talvolta dall’evanescenza) dei servizi pubblici, continua ad avere sulle retribuzioni delle donne con tutte le conseguenze del caso in termini di autonomia, di incasellamento o segregazione lavorativa e di relativa svalorizzazione del lavoro femminile”.
“Il gap salariale – continua Tornieri – si evidenzia anche a parità di settimane lavorate in una percentuale del 13% che risulta pari al divario calcolato dalla Commissione Europea che ha istituto l’Equal Pay Day che si celebra solitamente a metà novembre proprio per sottolineare che il gap salariale costa alle donne un mese e mezzo di stipendio all’anno”.
“Si parla molto di rilancio della natalità e di politiche per la famiglia, ma da dopo l’istituzione dell’assegno unico universale per i figli la politica non ha più battuto un colpo. E’ invece necessario e urgente lavorare ad una reale riforma del fisco anche per trovare le risorse necessarie ad incrementare il livello dei servizi fornendo così sostegno alle famiglie e al lavoro povero che investe soprattutto giovani e donne” conclude la Segretaria.

 
 

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