Gli antidepressivi, se prescritti alle dosi raccomandate e tenendo conto delle condizioni cliniche del paziente, non risultano associati a un aumento del rischio di aritmie gravi, eventi cardiovascolari o morte cardiaca. È la conclusione di uno studio internazionale pubblicato a fine settembre sul British Medical Journal (Bmj), nato da un’intuizione scientifica sviluppata all’Università di Verona nel 2010.
La ricerca porta la firma di una collaborazione tra il Dipartimento di Medicina dell’ateneo scaligero, la Cardiologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona (Aoui), la Psichiatria del Warneford Hospital e l’Università di Oxford. Un lavoro costruito nel corso di diversi anni, con l’obiettivo di verificare se alcune modifiche rilevate nell’elettrocardiogramma durante le terapie antidepressivi si traducano davvero in conseguenze cardiache gravi.
Analizzati i dati di migliaia di pazienti
La prima parte dello studio ha esaminato i dati individuali di 8.679 pazienti coinvolti in 35 studi, trattati con dieci diversi farmaci antidepressivi. Per ciascuno erano disponibili informazioni cliniche complete sul rischio cardiovascolare e misurazioni elettrocardiografiche dettagliate.
L’attenzione dei ricercatori si è concentrata anche sul tratto QT dell’elettrocardiogramma, che rappresenta il tempo necessario al cuore per una parte del processo di attivazione e recupero elettrico. Alcuni antidepressivi, in particolare amitriptilina ed escitalopram, possono prolungarlo. In determinate condizioni cliniche, questa alterazione può essere associata a disturbi del ritmo cardiaco potenzialmente gravi.
Nella popolazione analizzata, tuttavia, non sono state osservate le aritmie gravi temute. Un’ulteriore analisi, condotta su oltre 52mila pazienti, non ha inoltre evidenziato un aumento degli eventi cardiovascolari o dei decessi per cause cardiache tra le persone che assumevano questi farmaci rispetto a quelle che non li utilizzavano.
«La prescrizione va adattata a ogni paziente»
«I risultati mostrano che le alterazioni elettrocardiografiche provocate dagli antidepressivi, quando i farmaci vengono utilizzati alle dosi raccomandate, non si traducono in problemi cardiaci nella pratica clinica», dichiara Flavio Luciano Ribichini, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Verona e direttore della Clinica cardiologica dell’Aoui.
«La prescrizione risulta quindi sicura quando viene adeguata alle caratteristiche e al contesto clinico di ogni paziente», aggiunge.
Il risultato offre elementi utili per valutare il rapporto tra terapia antidepressiva e rischio cardiaco, distinguendo le alterazioni riscontrabili negli esami strumentali dagli eventi clinici effettivamente osservati. Non significa, tuttavia, che ogni farmaco sia privo di rischi per chiunque: la scelta della terapia e il monitoraggio devono sempre essere affidati al medico, sulla base della situazione individuale.
L’idea nata a Verona nel 2010
Le origini del progetto risalgono al 17 settembre 2010, durante un incontro nazionale organizzato dalla Cattedra di Psichiatria dell’Università di Verona nella sede del Policlinico. Tra gli argomenti affrontati c’era il possibile rischio che i medicinali utilizzati contro depressione e psicosi potessero provocare aritmie cardiache gravi, anche fatali.
L’esperienza clinica quotidiana aveva però spinto Ribichini e Andrea Cipriani, all’epoca ricercatore dell’ateneo veronese, a interrogarsi sull’esistenza di una relazione diretta tra le alterazioni elettrocardiografiche e le aritmie più pericolose. Da quella domanda prese forma il progetto di ricerca, pensato per confrontare un numero elevato di dati clinici, risultati degli elettrocardiogrammi ed eventi cardiaci.
Negli anni successivi Cipriani si è trasferito in Inghilterra, proseguendo le proprie attività di ricerca sulla farmacologia degli antidepressivi e degli antipsicotici. La collaborazione tra la Psichiatria dell’Università di Oxford e la Cardiologia di Verona ha consentito di integrare i dati di decine di migliaia di pazienti e di portare a termine l’indagine.
Una collaborazione scientifica durata anni
«Questa pubblicazione mette a disposizione della comunità scientifica dati che possono rassicurare i medici chiamati a prescrivere antidepressivi», sottolinea Ribichini. «Le anomalie elettrocardiografiche associate a questi farmaci non sembrano tradursi, alle dosi raccomandate, in conseguenze cliniche concrete».
Il cardiologo evidenzia infine il valore del percorso che ha portato alla pubblicazione: «Il lavoro è nato dall’osservazione clinica e dall’analisi delle evidenze, ma anche da una collaborazione costruita nel tempo e sostenuta dalla perseveranza dei ricercatori di Verona e di Oxford».
Per l’Università di Verona e l’Aoui, lo studio rappresenta così un risultato scientifico internazionale che parte da un quesito clinico maturato in città e affrontato attraverso un’ampia analisi di dati, con possibili ricadute sulla valutazione della sicurezza delle terapie antidepressivi.




























