«Il mediatore, costruttore di pace»: radici bibliche di una giustizia possibile anche fuori dai tribunali

 
 

Sacre scritture e norme giuridiche. Due universi apparentemente lontani, accomunate dallo stesso linguaggio. Quello della pace, giustizia, riconciliazione. Su questi punti di contatto ieri, presso la Curia di Verona, biblisti, giuristi e operatori della solidarietà si sono confrontati difronte a una platea gremita di uditori, a un tavolo dal titolo «Il mediatore costruttore di pace». Conflitto e riconciliazione fra messaggio biblico e legislazione civile, promosso dal neonato Organismo di mediazione veronese “Medyapro” nell’ambito degli appuntamenti di avvicinamento al Festival Biblico di Verona (che inaugurerà il 19 maggio in Gran Guardia) in piena sintonia con il tema guida della kermesse 2016, Giustizia e pace si baceranno (Salmo 85, 11).

L’incontro ha fatto luce sulle opportunità offerte dall’istituto della mediazione civile e commerciale, una procedura stragiudiziale di composizione delle controversie che possono sorgere tra privati cittadini “alternativo” alle aule di tribunale, in vigore nel nostro ordinamento già dal 2010, e tuttavia ancora poco conosciuto. Anche se a Verona, nel 2015, solo l’Ovfm – Organismo di mediazione veronese forense ha visto avviare 900 nuove procedure, di cui 100 conclusesi con l’accordo tra le parti.

L’istituto consente una rapida composizione delle liti in materia di condominio, successioni ereditarie, diritto di proprietà, errore medico, e molte altre, davanti a un soggetto terzo che, diversamente dal giudice, il quale interloquisce essenzialmente con gli avvocati di parte, formulando un giudizio per lo più vincolato ai documenti prodotti in sede processuale, ha il valore aggiunto di ascoltare direttamente le parti in conflitto in totale riservatezza, favorirne il dialogo e accompagnarle alla ricerca di una soluzione condivisa, in tempi celeri e anche con costi sostenibili. Il costo di avviamento di una mediazione è intorno ai 40 euro per parte, cui va aggiunta, in caso di prosecuzione un’indennità commisurata al valore della controversia, che per una lite fino mille euro, ad esempio, è pari a circa 43 euro, da incrementare di altri 16 euro se si raggiunge l’accordo.

«Il conflitto è connaturato alla natura umana. Dio con le Scritture e gli uomini con le leggi, se ne sono occupati ripetutamente», hanno spiegato Fabio Felicini, dottore commercialista in Verona, fondatore di Medyapro ed Elisa Fichera, presidente dell’Associazione Mediatori Avvocati Forensi di Verona, che ha illustrato i casi di successo avviati sul territorio scaligero «e l’esperienza ci conferma che il suo superamento è possibile attraverso il dialogo, ovvero attraverso l’opera del mediatore, che da una parte ha il compito di condurre le parti verso una soluzione del conflitto (differentemente dalla sentenza del giudice, che è una decisione eteroposta), dall’altra, la missione di portarle a un’autentica riconciliazione». Una via moderna di pace e giustizia, in cui echeggia tutta la natura biblica del «rib», la lite descritta nell’Antico Testamento, e cioè l’azione intrparesa da un soggetto contro un altro su una questione giuridica. «L’esito della controversia e l’attuazione della giustizia dipendevano però interamente dalle parti, senza l’intervento di un terzo arbitro», ha sottolineato il biblista Martino Signoretto, «Il luogo classico di svolgimento del rib era la famiglia e un caso emblematico è la storia di Giuseppe venduto come schiavo dai fratelli. Di fronte a una colpa delo genere, il capofamiglia aveva il dovere di intervenire con una iniziativa di parola che aveva la forma dell’accusa. Non si trattava di una denuncia alle autorità, ma piuttosto di un rimprovero indirizzato al colpevole. Al fine di convincere il reo dello sbaglio e di indurlo a confessare la colpa, a mostrare dispiacere e a esprimere i segni del suo ravvedimento».

Un tempo tale ruolo veniva simbolicamente assunto dal parroco o dal medico del paese. Ora in Italia abbiamo una norma che ne ripropone la cultura. Ma attenzione, mediatori non ci si improvvisa, ha ammonito Alberto Tedoldi, docente di diritto processuale civile al Dipartimento di Scienze giuridiche di Verona: «Il mediatore deve conoscere le leggi e le tecniche di composizione della controversia, sul piano psicologico prima ancora che giuridico-economico. Ha di fronte a sé persone e ai bisogni di queste deve, anzitutto, rispondere. Questi operatori di pace saranno sicuramente beati se si impegneranno in questa loro opera di vera giustizia, che è la massima aspirazione che possano avere una donna e un uomo di legge, una donna e un uomo tout court».

Ribadendo la necessità di una giustizia dei tribunali che continui a garantire la tutela dei diritti fondamentali, Gianfranco Gilardi, già presidente del tribunale di Verona e attuale presidente Fondazione Carlo Verardi, ha dunque confermato che la mediazione, «è tanto più urgente in questo periodo di grandi conflittualità internazionali che indirettamente influenzano anche quelle della società civile». È nota, ha ricordato il magistrato, «la mole di controversie che ogni giorno gravano i tribunali italiani, e che ci chiede di cercare sedi diverse di composizione delle liti, in grado di rieducare al dialogo tra le parti avverse». Ciò non significa, però, abolire o sostituire il processo, che resta il tempio della tutela dei diritti, bensì: «aprire spazi di supporto alla giustizia, in grado di soddisfare bisogni cui l’ordinario giudizio non sempre può dare adeguata risposta. La mediazione è un luogo dove si guarda infatti agli interessi delle parti, oltre la prospettiva dei diritti di cui le stesse sono titolari».

L’esperienza del mediatore “costruttore di pace” è anche quella che passando dal piano del diritto interno civile a quello internazionale, da anni sta facendo la Comunità di Sant’Egidio di Roma (presente in 70 Paesi). A offrirne testimonianza Rolando Curzi, membro della comunità di laici nata nel 1968 dall’idea dell’allora studente Andrea Riccardi. «La nostra missione coniuga preghiera; attenzione ai poveri (l’impegno concreto è rivolto a bambini, anziani soli o in cronicario, dai disabili agli stranieri, dai senza fissa dimora ai carcerati ecc), progetti di pace (costruire ponti nella società tra persone o gruppi sociali separati, ma anche nel lavoro di incontro tra le religioni, attraverso le preghiere interreligiose per la Pace, e ancora, nelle mediazioni di pace a livello internazionale)», ha spiegato l’ospite, che ha quindi raccontato come Sant’Egidio sia riuscita a riportare la pace in Mozambico attraverso una lunga e faticosa, attività di mediazione. «Il 4 ottobre 1992 abbiamo firmato a Roma l’Accordo di Pace che, dopo circa due anni di trattative nei locali dell’antico monastero di Trastevere che dà il nome la nostra comunità, ha messo fine a una guerra civile di oltre 16 anni, costata 1 milione di morti, 4 milioni di sfollati interni, distruzione di diverse infratrutture». Il segreto delle trattative? «La capacità della Comunità di Sant’Egidio di creare un clima umano tra le parti, che ha favorito l’incontro e il dialogo tra i belligeranti, e il riconoscimento mutuo della loro responsabilità nell’impegno per la pace. Le parti hanno inoltre saputo mettersi in discussione affidandosi all’aiuto disinteressato di un terzo soggetto. Altra strategia è stata: mettere da parte ciò che divide, e cercare ciò che unisce»
Da allora sono state tante le situazioni di conflitto nelle quali la Comunità, spesso su richiesta di una delle parti o di terzi, è intervenuta con più o meno successo: dall’Algeria al Guatemala, dal Centrafrica alla Casamance in Sengal, da Mindanao nelle Filippine al Niger.

 
 

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