Il fatto che oggi Verona sieda in Giunta regionale con una rappresentanza ridotta al minimo, un solo assessore, non è il risultato di un incidente politico recente. Al contrario, è l’esito di una traiettoria che affonda le radici nelle stagioni precedenti, quando la provincia scaligera ha espresso numerosi assessori regionali di centrodestra senza però riuscire a trasformare quella presenza in un reale rafforzamento dei rapporti di forza a Venezia.
Negli ultimi decenni Verona ha infatti avuto uomini inseriti stabilmente nelle Giunte regionali. Massimo Giorgetti, assessore di lungo corso con deleghe strategiche come Ambiente e Lavori pubblici; Davide Bendinelli, ai Servizi sociali; Sandro Sandri, alla Sanità; Raffaele Zanon, con incarichi nell’area sociale e della sicurezza. A questi si aggiungono figure politicamente centrali come Flavio Tosi e Giancarlo Conta, entrambi protagonisti di passaggi chiave della politica veneta.
Una presenza numericamente significativa, che tuttavia non si è mai tradotta in una capacità strutturata di influenza territoriale. Emblematico è il caso di Giancarlo Conta, assessore regionale all’Agricoltura nelle Giunte Galan. Una delega importante per un territorio come quello veronese, che vanta uno dei comparti agricoli ed agroalimentari più rilevanti del Veneto. Eppure, anche in quella fase, non si è riusciti a costruire un sistema duraturo di relazioni politiche ed economiche capace di consolidare il ruolo di Verona oltre il mandato del singolo assessore.
Lo stesso vale per Flavio Tosi, protagonista assoluto della scena politica scaligera e regionale, ma spesso impegnato in un percorso personale e conflittuale che ha finito per frammentare anziché rafforzare il peso veronese nei palazzi regionali. Le rotture politiche e le strategie autonome hanno indebolito la capacità del territorio di presentarsi come blocco coeso e negozialmente forte.
In definitiva, Verona ha avuto assessori, ma non ha mai costruito una vera filiera di potere territoriale. È mancata la capacità di fare sistema: con le altre province forti del Veneto, con il mondo economico regionale, con i centri decisionali stabili della politica veneziana. Senza una rete consolidata, anche incarichi importanti finiscono per restare esperienze isolate.
I rapporti di forza attuali, con una rappresentanza veronese ridotta a un solo assessore in Giunta, sono quindi il frutto diretto di quelle stagioni politiche. Non un destino inevitabile, ma la conseguenza di politiche regionali che, nel tempo, non hanno saputo far contare davvero Verona.
Se la provincia vorrà recuperare peso e centralità, la lezione è chiara: non basterà tornare ad avere un nome in Giunta. Servirà una strategia di lungo periodo capace di legare rappresentanza politica, interessi economici e visione territoriale. Tutto ciò che, finora, è mancato.
MC





































