Ulss 9 Scaligera, il sindacato chiede più medici e meno liste d’attesa

 
 

Le dichiarazioni del presidente della Regione Veneto Alberto Stefani sul rafforzamento della sanità territoriale e sulla piena funzionalità delle Case di Comunità non convincono lo SPI CGIL Verona, che invita a confrontare gli annunci con la situazione concreta vissuta quotidianamente da anziani, pensionati e famiglie dell’Ulss 9 Scaligera.

Secondo il segretario generale dello SPI CGIL Verona, Adriano Filice, il futuro dell’assistenza sanitaria passa inevitabilmente dal potenziamento della medicina territoriale, dell’assistenza domiciliare e della presa in carico delle persone fragili. Per questo, sostiene il sindacato, è necessario andare oltre le dichiarazioni di principio e affrontare le criticità ancora presenti sul territorio.

Tra i principali problemi evidenziati c’è quello delle Case di Comunità, che pur rappresentando uno dei pilastri della riforma sanitaria finanziata dal PNRR, in molti casi non sarebbero ancora percepite come un punto di riferimento dai cittadini. Secondo lo SPI CGIL manca un’adeguata informazione e, soprattutto, servono professionisti, servizi, orari di apertura estesi e una reale integrazione con i medici di medicina generale.

Il sindacato punta poi l’attenzione sulla carenza dei medici di famiglia. Dai dati dell’ultimo bilancio dell’Ulss 9 emerge la presenza di 527 medici di medicina generale per quasi 789 mila assistiti, con una media di circa 1.500 pazienti per ciascun professionista. Inoltre, secondo l’ultimo bando di Azienda Zero, risultano ancora 369 incarichi vacanti, situazione che continua a creare difficoltà soprattutto nelle aree periferiche e montane.

Critiche anche sul fronte dell’assistenza domiciliare integrata (ADI). Se da un lato il numero di utenti assistiti è aumentato nel 2025 del 9,1%, passando da 24.418 a 26.648 persone, dall’altro gli accessi domiciliari sono diminuiti del 18%, scendendo da oltre 390 mila a poco più di 319 mila. Un dato che, secondo il sindacato, dimostra come il sistema non riesca ancora a garantire un supporto adeguato alle famiglie che assistono persone non autosufficienti.

Lo SPI CGIL evidenzia inoltre quello che definisce uno squilibrio tra sanità pubblica e privata. Nel 2025 gli accessi ai Pronto soccorso degli ospedali pubblici sono aumentati di quasi il 6%, mentre quelli delle strutture private sono diminuiti. Sul fronte della specialistica ambulatoriale, invece, il pubblico ha erogato un numero maggiore di prestazioni ma con un valore economico inferiore rispetto al privato accreditato, che continua a gestire una quota significativa delle attività a maggiore remunerazione.

Per questo il sindacato chiede che, oltre agli investimenti sulle strutture, vengano resi pubblici e costantemente monitorati alcuni indicatori fondamentali: il personale effettivamente presente nelle Case di Comunità, gli orari di apertura, i servizi disponibili, il numero delle prese in carico, i tempi di accesso all’assistenza domiciliare, i medici di famiglia ancora mancanti e l’andamento delle liste d’attesa.

«Il rischio – conclude Filice – è quello di ritrovarsi con Case di Comunità nuove ma prive delle professionalità necessarie, mentre i cittadini continuano a rivolgersi agli ospedali o, quando possono permetterselo, alla sanità privata. La vera sfida non è inaugurare nuovi edifici, ma garantire un sistema pubblico vicino alle persone».