La sanità pubblica veneta è “in codice rosso”. È il messaggio lanciato ieri dai candidati e dalle candidate del Movimento 5 Stelle al Consiglio regionale, riuniti in un flashmob in zona Ponte Catena, di fronte all’ospedale di Borgo Trento. Un’iniziativa simbolica – completa di una “bara” – pensata per denunciare, spiegano, la situazione «grottesca e preoccupante» vissuta quotidianamente da cittadini e operatori sanitari.
Secondo il M5S, le radici del problema affondano nella riforma del Titolo V della Costituzione che, dal 2001, ha attribuito alle Regioni la gestione del sistema sanitario: dalla programmazione ai servizi ospedalieri, fino all’assistenza territoriale. In Veneto, ricordano i pentastellati, il governo regionale è guidato dal centrodestra da 24 anni consecutivi. «È quindi impossibile – affermano – non riconoscere in questo schiacciamento della sanità pubblica un disegno politico consapevole, che ha prodotto liste d’attesa di mesi e, in alcuni casi, di anni».
Nel mirino anche la crescita delle strutture private convenzionate: laboratori, cliniche e centri diagnostici «che – sottolineano – privilegiano le prestazioni più remunerative, mentre quelle più richieste vengono dichiarate esaurite». Il risultato, secondo i candidati M5S, è una doppia spesa per i cittadini: quella sostenuta tramite le imposte e quella aggiuntiva per accedere più rapidamente ai servizi.
Le promesse di “rivoluzione” sanitaria avanzate dal centrodestra in campagna elettorale, affermano ancora, «appaiono come mera propaganda», considerati i risultati dell’ultimo ventennio.
Il Movimento 5 Stelle ribadisce la necessità di rivedere il Titolo V per riportare allo Stato la regia nazionale della sanità, «senza lasciare più indietro nessuno». Parallelamente, invoca investimenti sulla medicina territoriale, piani triennali per il fabbisogno di personale, valorizzazione degli ospedali delle aree periferiche, stipendi adeguati per medici e infermieri e un potenziamento dei servizi sociali.
A sostegno della denuncia, i pentastellati citano dati preoccupanti: quasi 6 milioni di italiani hanno rinunciato almeno una volta a esami o visite nel servizio pubblico, due milioni in più rispetto a due anni fa. Chi ha rinunciato per colpa delle liste d’attesa è passato da 2,5 milioni nel 2022 a 4 milioni nel 2024; chi lo ha fatto per ragioni economiche da meno di due milioni a oltre tre. Numeri che, sostengono, «certificano il fallimento delle politiche regionali e nazionali sulle liste d’attesa».
Non manca un riferimento al bilancio regionale: «La Regione – affermano – è stata lasciata in esercizio provvisorio, condizione che legherà le mani al futuro governo veneto per i prossimi sei o sette mesi».
Il flashmob ha voluto anche stigmatizzare la «progressiva mercificazione delle prestazioni», come i tempi di visita ospedalieri ridotti a dieci minuti. «Un tempo insufficiente – osservano – per garantire diagnosi adeguate e cure efficaci. La sanità pubblica veneta non può sacrificare la propria qualità alla produttività».
L’iniziativa si è conclusa con la lettura del “de profundis” della sanità regionale. Presenti i candidati del M5S al Consiglio regionale: Giuseppe Rea, Maura Zambon, Angelo Lodola, Bianca Squassabia, Marco Martini, Lucia Brugnoli, Mario Borrata, Pasare Anca Michaela e Francesco Zagami.
MC









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