Perilli unica luce nel buio: limiti strutturali e preparazione sotto accusa

 
 

L’1-3 contro l’Udinese al Bentegodi non è una semplice sconfitta: è la fotografia impietosa di un Hellas Verona fragile, disorientato e senza una vera guida, dentro e fuori dal campo. Il risultato finale racconta di una squadra che regge solo per un tempo, prima di sciogliersi sotto i colpi di un avversario più lucido, organizzato e soprattutto più preparato.

Il problema, però, va ben oltre i novanta minuti. Questa partita è il prodotto diretto di una società che continua a ragionare esclusivamente in termini di plusvalenze, indebolendo sistematicamente la rosa senza mai reinvestire in maniera adeguata. Vendere è diventata l’unica strategia, con l’illusione che basti sopravvivere anno dopo anno. Il campo, però, presenta il conto.

Anche lo staff tecnico esce pesantemente ridimensionato. La sensazione è che la Serie A sia un livello superiore alle competenze messe in campo, non solo dal mister ma anche da chi dovrebbe garantire la tenuta atletica della squadra. Il secondo tempo è emblematico: giocatori inermi, stanchi, incapaci di reagire, mentre l’Udinese cresceva senza neppure forzare. Un calo fisico così evidente non può essere un caso.

Nel naufragio generale, una sola nota positiva: Perilli. Il portiere è stato l’unico a tenere a galla il Verona, evitando un passivo ancora più pesante con interventi puntuali e sicuri. Una prestazione che inevitabilmente apre una domanda scomoda: quanti punti sono stati buttati al vento in questa stagione per colpa di Montipò? Viste le differenze emerse, il dubbio è più che legittimo.

Il Bentegodi fischia, ma non per rabbia cieca: fischia per frustrazione, perché vede una squadra lasciata sola, senza un progetto tecnico credibile e con una preparazione inadeguata a un campionato che non fa sconti. Se non arriverà una svolta vera, societaria e tecnica, il rischio è che partite come questa diventino la normalità.

MC