«Non possiamo continuare a chiamarla emergenza». È questo il punto di partenza della presa di posizione congiunta di Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil Verona sulla non autosufficienza. Per le organizzazioni sindacali, infatti, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle persone non autosufficienti, la riduzione delle reti familiari, le difficoltà dei caregiver, l’aumento delle rette e le liste d’attesa non sono fenomeni improvvisi, ma una crisi strutturale conosciuta da anni.
A Verona il problema assume già dimensioni rilevanti. Secondo i dati riportati da L’Arena, sono circa 2.000 gli anziani in attesa di entrare in una struttura nell’ULSS 9, mentre in Veneto sarebbero circa 11mila. «Dietro ogni numero c’è una persona e, quasi sempre, un’intera famiglia che deve trovare da sola una soluzione», sottolineano i sindacati.
Il peso dell’assistenza ricade sulle famiglie
Secondo Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil, la risposta alla non autosufficienza continua troppo spesso a essere affidata alla famiglia. Quando una persona anziana perde progressivamente la propria autonomia, il percorso comprende assistenza quotidiana, visite, pratiche, valutazioni, ricerca di servizi domiciliari, eventuale badante, UVMD e SVAMA e, quando necessario, la richiesta di ingresso in struttura.
Quando però i servizi non arrivano o arrivano troppo tardi, il vuoto viene colmato dal lavoro gratuito dei familiari, «in particolare delle donne», denunciano le organizzazioni.
A livello regionale, i sindacati indicano che circa l’80% delle persone non autosufficienti viene assistito a domicilio e che il 13% di chi avrebbe diritto all’impegnativa di residenzialità ne rimane escluso.
«Questo modello non è più sostenibile. La famiglia deve essere sostenuta dal sistema pubblico, non sostituirlo», è la posizione espressa dai tre sindacati.
Rette fino a quasi 3mila euro senza impegnativa
A rendere ancora più pesante la situazione sono i costi dell’assistenza residenziale. I dati locali citati dalle organizzazioni sindacali indicano a Verona una retta media compresa tra circa 1.930 e 2.020 euro al mese con impegnativa, mentre senza impegnativa si può arrivare a circa 2.840-2.916 euro mensili, a seconda della natura pubblica o privata della struttura.
Cifre che, sottolineano Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil, possono diventare difficili da sostenere per un pensionato e per molte famiglie.
Il rischio, secondo i sindacati, è che l’accesso alla presa in carico finisca per dipendere sempre più dalla capacità economica del nucleo familiare.
«La riforma delle IPAB è ferma da 25 anni»
Nel mirino c’è anche la riforma delle IPAB, indicata dai sindacati come uno degli interventi necessari per affrontare il problema della non autosufficienza.
La trasformazione delle IPAB è prevista dal 2001, ma in Veneto il tema viene discusso da circa 25 anni senza arrivare a una conclusione. Ora l’obiettivo indicato è arrivare alla riforma entro la fine del 2027.
«Riformare le IPAB significa dare una grossa mano alla non autosufficienza», sostengono Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil, che chiedono però che alla riforma siano affiancati interventi immediati.
Tra le richieste ci sono l’aumento del numero delle impegnative di residenzialità e del loro valore economico, la riduzione delle liste d’attesa, la salvaguardia e il rafforzamento della presenza pubblica nelle RSA, la revisione degli standard di accreditamento e finanziamento, il potenziamento dei Centri diurni e un sostegno concreto ai caregiver.
Sul fronte domiciliare, i sindacati chiedono inoltre lo sviluppo dell’ADI e del SAD, percorsi UVMD/SVAMA più rapidi e trasparenti e una maggiore integrazione tra sanità e sociale.
Un punto viene considerato particolarmente importante: «La domiciliarità senza servizi non può significare semplicemente riportare il problema dentro le mura domestiche e scaricarlo nuovamente sulle famiglie».
La richiesta al Governo: livelli essenziali realmente garantiti
La questione, secondo i sindacati, non riguarda però soltanto il Veneto. Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil chiedono anche al Governo una politica nazionale sulla non autosufficienza, con Livelli essenziali realmente esigibili, finanziamenti strutturali e adeguati e una piena integrazione sociosanitaria.
L’obiettivo dichiarato è evitare che l’accesso ai servizi e alle prestazioni possa cambiare in modo significativo in base alla Regione di residenza o alle disponibilità economiche della famiglia.
Nel documento viene richiamato anche il tema delle quote sanitarie delle RSA, al centro di recenti controversie. Per i sindacati è necessario chiarire responsabilità e finanziamenti, evitando che i conflitti economici finiscano per ricadere su famiglie, Comuni e strutture.
Un tavolo per la non autosufficienza a Verona
Le organizzazioni sindacali chiedono infine di aprire un confronto a livello locale coinvolgendo ULSS 9, i quattro Ambiti Territoriali Sociali, i Comuni e la Conferenza dei Sindaci.
L’obiettivo è costruire un quadro pubblico e periodicamente aggiornato della non autosufficienza nel territorio veronese.
I sindacati chiedono di conoscere, in particolare, quante persone attendono un’impegnativa, quali siano i tempi effettivi delle UVMD, quante persone rinuncino all’ingresso in struttura per ragioni economiche, quante rimangano a domicilio in attesa, quante ore di ADI e SAD vengano garantite, quale sia la disponibilità dei Centri diurni e quali siano i tempi medi di presa in carico, anche evidenziando le differenze tra i diversi territori della provincia.
«Perché dietro una graduatoria non ci sono solo pratiche amministrative, ma persone e famiglie. Ci sono persone», sottolineano.
La proposta: un “Patto veronese per la non autosufficienza”
Da qui la proposta di un “Patto veronese per la non autosufficienza”, costruito attorno a obiettivi misurabili: più assistenza a domicilio, tempi certi per la presa in carico, accesso alla residenzialità quando necessario, sostegno economico alle famiglie che non possono sostenere le rette, meno burocrazia e maggiore trasparenza su graduatorie e tempi.
Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil propongono di coinvolgere ULSS 9, Comuni, ATS, organizzazioni sindacali, rappresentanze delle famiglie e soggetti gestori.
«Chiediamo obiettivi, risorse, responsabilità e tempi verificabili», concludono i segretari generali Adriano Filice per Spi Cgil Verona, Viviana Fraccaroli per Fnp Cisl Verona e Gianluigi Meggiolaro per Uilp Uil Verona.
La prospettiva indicata è quella di una questione destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi anni. Per i tre sindacati, dopo decenni di discussioni, non basta più annunciare una riforma: occorre indicare «cosa cambia, per chi, con quali risorse e quando».




























