La Procura chiede l’archiviazione per il poliziotto che sparò a Moussa Diarra

 
 

A poco più di un anno dal tragico episodio che sconvolse la città, la Procura della Repubblica di Verona ha chiesto l’archiviazione del procedimento a carico dell’assistente capo coordinatore della Polizia di Stato A.F., indagato per omicidio colposo in relazione alla morte di Moussa Diarra, il 26enne maliano ucciso il 20 ottobre 2024 nei pressi della stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova.

Nel comunicato diffuso ieri, la Procura ha spiegato di aver «esaurito le indagini preliminari, comprese quelle richieste dalle persone offese», e di aver trasmesso la richiesta di archiviazione al giudice per le indagini preliminari.

Secondo la ricostruzione dell’accaduto, Diarra, in evidente stato di alterazione, avrebbe impugnato un coltello da cucina e si sarebbe avvicinato in modo minaccioso al poliziotto, mantenendo una distanza ravvicinata e senza mai tentare la fuga. In quei momenti concitati, l’agente esplose alcuni colpi di pistola, uno dei quali risultò mortale.

Per l’Ufficio requirente, A.F. «non è punibile, avendo commesso il fatto per necessità di difendere un diritto proprio contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta».

Il gesto – sostiene la Procura – sarebbe stato dettato da una reazione proporzionata al pericolo imminente e dunque rientrante nella causa di giustificazione prevista dall’articolo 52 del Codice penale, quella della legittima difesa.

Gli inquirenti precisano inoltre che l’agente «non si è volontariamente posto in una situazione di pericolo» e che, alla luce delle indagini, «non sussistono dubbi sulla sussistenza dell’attualità del pericolo e dell’ingiustizia dell’offesa».

Resta tuttavia, come sottolinea la stessa Procura, «il dolore per la morte così drammatica di un giovane di 27 anni».

Le ragioni che portarono Moussa Diarra, quella mattina, a un comportamento così aggressivo «non sono state del tutto chiarite».

La vicenda aveva suscitato grande emozione in città. Moussa, originario del Mali, viveva da tempo a Verona, dove lavorava saltuariamente e alloggiava in una struttura di accoglienza per migranti e persone fragili. Dopo la sua morte, associazioni e collettivi cittadini avevano organizzato diverse manifestazioni chiedendo «verità e giustizia».

Ora la decisione finale spetta al giudice per le indagini preliminari, che dovrà pronunciarsi sull’istanza di archiviazione presentata dalla Procura.

Qualunque sarà l’esito, resta una ferita aperta per Verona e per chi continua a interrogarsi su quella mattina di ottobre, quando, davanti alla stazione, un incontro tra un ragazzo disorientato e un agente armato finì in tragedia.