La ’ndrangheta era a Verona: la Cassazione chiude il caso Taurus

 
 

Per molto tempo la domanda è stata sempre la stessa: la mafia è davvero arrivata a Verona?
La risposta, adesso, non arriva dalla politica, dalle associazioni antimafia o dalle cronache giudiziarie. Arriva dalla Cassazione.
La Suprema Corte ha chiuso definitivamente il lungo percorso giudiziario dell’operazione Taurus, confermando il punto centrale emerso nei processi: nel territorio veronese ha operato una struttura riconducibile alla ’ndrangheta, collegata alle cosche calabresi e capace di esercitare una propria forza intimidatrice.
È questo il dato destinato a cambiare il modo in cui Verona deve guardare alla propria storia recente.
Non si parla più di un rischio. Si parla di una realtà giudiziariamente accertata.
E soprattutto di una realtà che non nasce ieri.

Una mafia che non ha bisogno di sparare

La cosa più importante da capire è anche la più semplice.
La mafia al Nord non deve necessariamente assomigliare a quella raccontata nei film.
Non ha bisogno di controllare un quartiere, mettere bombe o imporre quotidianamente la propria presenza con la violenza.
Può essere sufficiente avere un gruppo organizzato, legami con le cosche di origine e la capacità di far paura quando serve.
Nel caso Taurus, uno dei terreni sui quali la struttura veronese avrebbe costruito la propria forza era il recupero dei crediti.
Imprenditori in difficoltà potevano rivolgersi a chi prometteva di ottenere il pagamento di un debito. Non attraverso un tribunale, ma attraverso la paura.
È un meccanismo che racconta molto bene come funzionano le mafie moderne.
La criminalità organizzata non entra necessariamente nell’economia legale distruggendola.
Spesso entra offrendo un servizio.
E proprio per questo diventa più difficile da riconoscere.

Verona, terreno fertile per gli affari

La provincia veronese possiede caratteristiche che la rendono particolarmente appetibile: una posizione strategica, una forte economia, grandi movimentazioni di merci e denaro, edilizia, logistica, turismo, ristorazione.
Tutti settori nei quali circolano capitali e nei quali esistono rapporti continui tra imprese private e sistema pubblico.
La storia giudiziaria degli ultimi anni mostra che l’interesse della criminalità organizzata non si è concentrato su un solo settore.
Taurus è arrivata dopo altre vicende e altre ne sono seguite.
L’operazione Isola Scaligera aveva già portato alla luce una struttura riconducibile alla cosca Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto, con interessi nel Veronese e rapporti con il mondo delle società partecipate. Anche quella vicenda è arrivata a una conferma definitiva in Cassazione.
Il quadro, quindi, non è quello di un territorio attraversato occasionalmente da singoli criminali.
È quello di una provincia che per decenni è stata considerata interessante dalle organizzazioni mafiose.

Bertucco non lo scopre oggi

Ed è qui che la vicenda giudiziaria incrocia quella politica.
Michele Bertucco parla di infiltrazioni mafiose a Verona da molti anni.
Nel 2017, quando era consigliere comunale, aveva presentato una mozione per chiedere una presenza più forte della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Distrettuale Antimafia sul territorio.
La richiesta è rimasta per anni sulla carta.
Nel 2022 la Giunta comunale ha deciso di farla propria, chiedendo formalmente al Governo una sezione operativa della DIA a Verona e la presenza di un magistrato della DDA presso la Procura veronese. La stessa nota del Comune ricorda esplicitamente che la mozione era stata presentata da Bertucco nel 2017.
Non era una preoccupazione nata dal nulla.
Già nel 2020, dopo l’operazione Isola Scaligera, Bertucco chiedeva una commissione d’indagine e indicava edilizia, urbanistica e rifiuti come settori da sottoporre a particolare attenzione.
In altre parole, mentre il dibattito pubblico si interrogava ancora sulla reale dimensione del fenomeno, Bertucco sosteneva che Verona dovesse smettere di considerarsi immune.

Il Comune e la scelta della parte civile

Nel 2021, durante il processo Isola Scaligera, Bertucco aveva attaccato l’amministrazione Sboarina per la decisione di non costituire il Comune come parte civile.
La questione, secondo l’allora consigliere, non riguardava soltanto un eventuale danno economico.
Il punto era dare un segnale.
Bertucco sosteneva che il Comune dovesse tutelare non soltanto il proprio patrimonio, ma anche l’immagine della città e «l’interesse collettivo della legalità».
È una posizione che oggi assume un peso particolare.
Perché nel frattempo la storia giudiziaria della criminalità organizzata a Verona è diventata molto più chiara.

Dalla provincia all’Arena

Il fenomeno non riguarda soltanto le periferie economiche del territorio.
Una delle vicende più delicate degli ultimi anni ha interessato anche la Fondazione Arena.
L’inchiesta riguarda un presunto sistema di false fatturazioni legato agli appalti per il montaggio e lo smontaggio degli allestimenti dell’Arena e ipotizza rapporti con ambienti della ’ndrangheta.
La vicenda è ancora giudiziariamente distinta e non va confusa con le responsabilità definitivamente accertate nel processo Taurus.
Ma il caso è significativo perché porta il tema direttamente nel cuore economico e simbolico di Verona.
Lo stesso Bertucco, nel 2023, dichiarò di avere avuto «forti dubbi» sulla condotta della società coinvolta e di avere chiesto più volte chiarimenti.
Il tema torna quindi sempre allo stesso punto: imprese, appalti, denaro e relazioni.
È lì che la mafia moderna cerca spazio.

«Un passato che non passa»

Nel novembre dello scorso anno Bertucco è tornato sul tema dopo nuove rivelazioni relative alle infiltrazioni mafiose nel territorio veronese.
Il titolo scelto per il suo intervento era già una sintesi politica: «Un passato che non passa».
Bertucco chiedeva ancora una volta di insistere per avere DIA e DDA a Verona.
E nel maggio di quest’anno ha pubblicato una lunga ricostruzione della criminalità organizzata nel Veronese, partendo proprio da una considerazione: la presenza mafiosa a Verona non è recente né episodica.
Nel suo documento mette in fila Taurus, Isola Scaligera, Aemilia e l’indagine sulla Fondazione Arena, descrivendo un fenomeno che attraversa ormai decenni e settori diversi dell’economia.
Il punto politico è evidente.
Bertucco quelle cose le denunciava quando era all’opposizione.
Oggi è assessore della Giunta Tommasi, con competenze che comprendono anche bilancio, tributi, lavoro, personale e Centrale unica di committenza.
Quindi le sue parole non sono più soltanto una critica rivolta ad altri.
Sono anche un impegno che riguarda l’amministrazione di cui fa parte.

La domanda che resta

La sentenza Taurus chiude una parte della storia giudiziaria.
Ma apre, inevitabilmente, una questione politica.
Se la ’ndrangheta è stata capace di radicarsi a Verona, significa che qualcuno, negli anni, ha trovato porte aperte.
Non necessariamente porte spalancate.
A volte basta una società poco controllata, un subappalto, un imprenditore in difficoltà, un credito da recuperare, una fattura gonfiata, un rapporto personale.
La mafia non ha bisogno di conquistare una città.
Le basta conquistare spazi.
E quegli spazi vanno chiusi prima che diventino strutture permanenti.

La partita comincia adesso

La risposta non può essere soltanto giudiziaria.
La magistratura e le forze dell’ordine intervengono quando emergono reati. Ma la prevenzione deve arrivare prima.
Significa controllare gli appalti e i subappalti. Guardare con attenzione alle imprese che lavorano con gli enti pubblici. Monitorare i settori più esposti. Rafforzare i controlli sui flussi finanziari. Aiutare gli imprenditori in difficoltà a non diventare terreno fertile per usura e ricatti.
E significa soprattutto smettere di raccontarsi che Verona sia diversa.
La storia di Taurus, quella di Isola Scaligera e le indagini successive raccontano esattamente il contrario.
Per anni la domanda è stata: «La mafia è a Verona?»
Oggi quella domanda non ha più senso.
La risposta è arrivata dai tribunali.
La domanda vera è un’altra:
Verona ha imparato la lezione?
Perché una sentenza può condannare i mafiosi.
Ma a impedire che la mafia torni devono essere le istituzioni, le imprese e una società che abbia finalmente smesso di pensare che la criminalità organizzata sia sempre un problema degli altri.