Il servizio di Report riaccende il dibattito su politica e legalità

 
 

La nuova puntata di Report, firmata da Walter Molino con la collaborazione di Andrea Tornago e Celeste Gonano, ha riportato al centro del dibattito pubblico veneto il tema dei presunti rapporti tra esponenti politici locali e ambienti riconducibili alla ’ndrangheta. Un tema esplosivo, soprattutto in vista delle imminenti elezioni regionali, per le quali la Commissione parlamentare antimafia non ha individuato “impresentabili” nelle liste. La trasmissione di Rai 3 solleva però più di un interrogativo.

Il racconto del pentito Mercurio e il presunto patto elettorale

Al centro dell’inchiesta c’è la testimonianza del collaboratore di giustizia Domenico Mercurio, figura già nota nelle precedenti indagini su infiltrazioni criminali nel Veronese. Mercurio sostiene di essere stato coinvolto direttamente nella raccolta di voti per alcuni candidati locali, in particolare dell’area di Fratelli d’Italia, a partire dal 2014.

Il pentito racconta di aver garantito fino a 600 voti per l’elezione del candidato David Di Michele, riferendo di presunti accordi in cui in cambio sarebbe stata promessa l’edificabilità di un terreno nel Comune di Lavagno. Mercurio tira poi in ballo l’imprenditore calabrese Nazzareno Salerno e un appalto scolastico del Veronese che, secondo il suo racconto, avrebbe potuto beneficiare di una sorta di intercessione politica.

Mercurio afferma poi che nel 2012 si sarebbe tenuta una cena nell’abitazione di Casali, alla quale presenziarono lo stesso pentito e un presunto mediatore, Elio Nicito, figura descritta come vicina a un clan ’ndranghetista. Durante quella serata, sarebbero state concordate — sempre secondo il racconto del collaboratore — modalità di sostegno elettorale.

Report riferisce anche la testimonianza di un soggetto — con identità protetta — che confermerebbe di aver partecipato alla cena.

Fratelli d’Italia respinge ogni accusa e ribadisce la piena trasparenza delle proprie liste, citando l’esito positivo del vaglio della Commissione antimafia.

Nel servizio viene ricordato che Stefano Casali, in una mail inviata alla redazione di Report nel 2024, aveva già smentito la propria partecipazione alla cena del 2012 citata nel reportage, contestando in modo netto la versione dei fatti fornita da Mercurio, introducendo anche il tema dell’attendibilità delle fonte, ritenuta “del tutto mancante” nell’ambito delle sentenze dei processi “Taurus” e “Isola Scaligera”.

Un sistema più ampio tra appalti, affari e voti

L’inchiesta non si limita al racconto delle campagne elettorali: ricostruisce anche una rete di rapporti economici e imprenditoriali che, secondo le testimonianze raccolte, avrebbe permesso a soggetti vicini alla ’ndrangheta di inserirsi in attività imprenditoriali del Veneto. Una presenza che, secondo Report, rimane sottostimata nella percezione pubblica, ma che emergerebbe con continuità nelle indagini giudiziarie degli ultimi anni.

Le reazioni della politica veronese

La puntata di Report ha immediatamente alimentato il dibattito locale.

Bertucco: “La politica veneta ha ignorato il problema per anni”

L’inchiesta giornalistica della trasmissione del servizio pubblico Report su Verona delinea un quadro di voto di scambio politico-mafioso che, qualora verificato, rappresenta l’ennesimo segnale particolarmente grave e preoccupante della capacità delle “locali” ndranghetiste di condizionare e inquinare la vita pubblica e privata del territorio. 

Certo, le accuse dei pentiti devono certo essere verificate, ma una società sana che abbia a cuore il proprio futuro, non attende la verità giudiziaria per riaffermare il principio di legalità e fare pulizia negli ambiti lambiti o penetrati dalle mafie. 

Questo tempismo è fondamentale per una ragione molto semplice: come è stato spiegato durante l’incontro pubblico dedicato alla legalità con l’ex consigliere regionale Roberto Fasoli e il giornalista Gianni Belloni, unico contributo sul tema in questa campagna elettorale per le regionali 2025, le mafie non si debellano con gli arresti, la mafia è un fenomeno e un cancro trasversale capace di penetrare in profondità la cultura del territorio perché rappresenta una scorciatoia e una alternativa (mortali) alle regole di convivenza civile.

Invece, come nelle inchieste giornalistiche del 2015, alle quali nel frattempo sono seguite sentenze giudiziarie di secondo grado che attestano il radicamento e la pericolosità delle cosche nel veronese (Taurus e Isola Scaligera), assistiamo ad una imbarazzante e imbarazzata mancanza di risposte da parte dei politici che vengono chiamati in causa.

La società veronese è a un bivio: o reagisce ai metodi mafiosi, che sanno dosare blandizie, minacce e violenza lasciando che il tessuto sociale sano si corrompa da solo prima di sottometterlo, oppure si rassegna ad una convivenza e ad una connivenza dalla quale quasi sicuramente verrà sopraffatta.

Le relazioni di Fasoli e Belloni hanno dimostrato che gli strumenti antimafia ci sono, ma non vengono mai applicati fino in fondo. Ad esempio la legge regionale per la prevenzione delle infiltrazioni della criminalità proposta da Roberto Fasoli e portata avanti da tutti i gruppi consiliari regionali, manca di attuazione e finanziamenti in tantissime parti che riguardano proprio la prevenzione. I Comuni hanno enormi difficoltà nel gestire i beni confiscati alle mafie e, in mancanza di sostegno e finanziamenti, ciò che dovrebbe essere una riappropriazione per il territorio si trasforma in un problema burocratico. 

In Veneto sono stati assegnati 222 beni confiscati alle mafie e altri 226 beni sono “parcheggiati” presso l’Agenzia per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata. A Verona provincia 52 assegnati e 80 in attesa presso l’agenzia. 

ll 95 percento delle politiche antimafia non hanno bisogno di qualificarsi come tali, sono “semplice” legalità, a partire dalle tutele sul lavoro che è uno dei grimaldelli con cui le mafie penetrano le imprese del nord, offrendo manodopera a basso costo, specie nei subappalti.

La Paglia: “Verona ha bisogno della DDA. La politica smetta di minimizzare”

Le ultime inchieste giornalistiche dimostrano ancora una volta quanto il nostro territorio sia esposto e vulnerabile. Verona e la sua provincia non possono più attendere: la presenza stabile della Direzione Distrettuale Antimafia è urgente e imprescindibile.

Gli articoli e le sentenze degli ultimi mesi raccontano ormai con cadenza quotidiana casi di infiltrazione e radicamento mafioso nelle nostre comunità, nelle imprese, negli appalti, nelle reti economiche locali. Non è un’allerta astratta: è un dato di fatto.

Questa consapevolezza non è nuova. Il 19 aprile 2024 tutti i 98 sindaci della provincia di Verona, senza distinzione di appartenenze politiche, hanno firmato – insieme al sindaco Tommasi e alla rete Avviso Pubblico – una lettera ufficiale indirizzata al Governo per chiedere: il distacco a Verona di un Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia; l’istituzione di una sezione operativa della Direzione Investigativa Antimafia (DIA).

Una richiesta unitaria, trasversale, radicata nei bisogni reali delle comunità locali. Una richiesta che non nasce da allarmismo politico, ma da numeri incontrovertibili: negli ultimi anni la Prefettura ha emesso 22 interdittive antimafia, mentre Banca d’Italia ha segnalato quasi duemila operazioni sospette in provincia, con Verona ai vertici regionali del rischio riciclaggio. 

Eppure, nonostante l’evidenza, si è scelto troppo spesso di minimizzare o rinviare.

In più occasioni – anche nel dibattito pubblico – Ciro Maschio, esponente veronese di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Giustizia alla Camera, ha lasciato intendere che per il suo partito l’apertura della sede DDA a Verona non fosse una priorità, subordinandola ad altri passaggi istituzionali e di fatto rimandandola a tempo indefinito.

Caro Ciro Maschio, è urgente. Non lo dice il PD: lo dicono tutti i sindaci della provincia.
Lo dicono le interdittive. Lo dicono le inchieste. Lo dicono le cronache degli ultimi giorni, che hanno riportato l’ennesimo caso di presunti collegamenti tra politica e criminalità organizzata in Veneto.

Verona ha bisogno di strumenti reali di contrasto. Ha bisogno di magistrati e investigatori qui, sul territorio, ogni giorno. Ha bisogno che le istituzioni nazionali ascoltino la voce compatta dei suoi amministratori.

La legalità non è una bandiera di parte. È il fondamento della nostra democrazia e della libertà economica dei nostri cittadini e delle nostre imprese.