Il caso Nocini arriva in Parlamento: interrogazione al ministro e polemica sulla trasparenza

 
 

La vicenda che coinvolge l’Università di Verona e la nomina di Riccardo Nocini a professore ordinario approda ora ufficialmente in Parlamento. A sollevare la questione sarà il senatore del Partito democratico Andrea Crisanti, microbiologo e docente universitario, che ha annunciato un’iniziativa nei confronti della ministra dell’Università e del Merito Anna Maria Bernini, chiamata a fornire chiarimenti su una procedura che continua a suscitare interrogativi.

Al centro del caso c’è la carriera accademica di Riccardo Nocini, diventato ordinario a 33 anni nel Dipartimento di Scienze chirurgiche, odontostomatologiche e materno-infantili dell’ateneo scaligero, lo stesso in cui ha insegnato il padre Pier Francesco Nocini prima di ricoprire l’incarico di rettore. La nomina è arrivata pochi giorni dopo il passaggio di consegne alla nuova rettrice Chiara Leardini, anche se l’iter concorsuale aveva preso avvio nei mesi precedenti. «Si tratta di una questione di trasparenza che merita risposte chiare», ha spiegato Crisanti annunciando l’interrogazione.

A chiedere l’intervento del ministero non è solo il mondo politico. Sul caso hanno acceso i riflettori anche l’Associazione Liberi Specializzandi (Als) e il portale Bandiuniversita.it, realtà impegnate nella tutela degli specializzandi, che hanno presentato un esposto segnalando una possibile violazione della normativa introdotta nel 2010 con la legge 240, la cosiddetta “legge Gelmini”, pensata per contrastare il fenomeno delle parentopoli negli atenei. In particolare viene richiamato l’articolo 18, che vieta l’attribuzione di incarichi e contratti a chi abbia legami di parentela o affinità, fino al quarto grado, con professori del dipartimento o con i vertici dell’università.

Secondo le associazioni, la norma non dovrebbe essere interpretata in modo meramente formale, ma applicata tenendo conto della sua finalità: arginare il familismo universitario. Un principio che, a loro avviso, nel caso veronese non sarebbe stato rispettato.

Nei giorni scorsi la rettrice Leardini ha espresso «profondo disagio» per l’accaduto, ribadendo tuttavia che la procedura si sarebbe svolta nel rispetto delle regole e assicurando la disponibilità degli atti a chi ne facesse richiesta. Una posizione contestata da Liberi Specializzandi. «Proprio mentre in Senato accademico veniva detto che i documenti sarebbero stati accessibili – afferma Massimo Minerva, presidente dell’associazione al Corriere del Veneto – la segreteria ci ha negato l’accesso agli atti, sostenendo che non saremmo portatori di un interesse diretto. Noi riteniamo invece di esserlo pienamente».

Sul piano formale, l’Autorità nazionale anticorruzione ha chiarito che eventuali verifiche potrebbero riguardare esclusivamente l’operato della commissione giudicatrice, e non l’applicazione della legge Gelmini. Quanto al fronte penale, non risultano indagini aperte: la recente depenalizzazione dell’abuso d’ufficio ha di fatto escluso la possibilità di procedimenti giudiziari, uno scenario analogo a quanto avvenuto in altri casi di presunti favoritismi, come quello emerso a Milano in ambito Fondazione Milano-Cortina.

Intanto la vicenda continua a far discutere nel mondo accademico, in particolare nei dipartimenti di Medicina. Anche l’Unione degli universitari torna a intervenire. «Siamo stati noi, come rappresentanti degli studenti, a sollevare il tema in Senato accademico – spiega Emma Menaspà ai colleghi del Corriere –. I favoritismi nei concorsi colpiscono chi studia e si sacrifica, trovandosi le porte chiuse. Il caso Nocini non deve finire nel dimenticatoio: continueremo a monitorare la situazione».

Un caso che, tra interrogazioni parlamentari, esposti e prese di posizione, rischia di diventare emblematico di un problema più ampio, riaccendendo il dibattito nazionale su meritocrazia e trasparenza nel sistema universitario italiano.

MC