Giustizia, equilibrio e democrazia: le ragioni del NO

 
 

Non è un referendum per addetti ai lavori. Non è un tecnicismo riservato ai giuristi. È una scelta che riguarda l’equilibrio dei poteri e, quindi, la qualità della nostra democrazia.

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene raccontata come una riforma di modernizzazione e chiarezza. Ma la vera domanda è un’altra: che cosa accade all’equilibrio tra accusa e giudice? E quali effetti può avere, nel tempo, sulle libertà costituzionali – a partire da quella di stampa?

Oggi il pubblico ministero appartiene alla stessa cultura della giurisdizione del giudice. Condivide formazione, percorso professionale, organo di autogoverno. Non è una sovrapposizione di ruoli: è un comune riferimento alla Costituzione, al principio di legalità, al limite del potere.

Separare le carriere significa creare due percorsi distinti, due identità professionali sempre più autonome e potenzialmente contrapposte. Il rischio non è immediato, ma culturale: un pubblico ministero progressivamente più identificato con la logica dell’accusa, più distante dalla cultura della decisione imparziale, più esposto a dinamiche esterne.

Quando l’azione penale diventa più identitaria e meno inserita in una cultura comune della giurisdizione, cambia l’equilibrio. E quando cambia l’equilibrio, cambia anche la percezione del potere.

Chi può trovarsi sotto pressione in un sistema più polarizzato? Anche chi fa informazione.

I giornalisti già oggi affrontano querele temerarie, richieste risarcitorie sproporzionate, procedimenti usati come strumenti di intimidazione. In un contesto in cui l’accusa si struttura come carriera separata, il timore è che si rafforzi una dinamica di contrapposizione anziché di equilibrio. Non si tratta di difendere corporazioni. Si tratta di difendere un principio.

La giustizia non deve trasformarsi in un terreno di scontro tra poteri che si percepiscono come parti antagoniste. Deve rimanere uno spazio di garanzia, di equilibrio, di tutela dei diritti.

Una stampa libera ha bisogno di giudici indipendenti, certo. Ma ha bisogno anche di un pubblico ministero che si riconosca nella stessa cultura costituzionale del limite, della responsabilità e della misura.

Le modifiche costituzionali non producono effetti immediati. Producono effetti progressivi. Strutturali. Culturali.

Per questo la scelta non è contro qualcuno. È per qualcosa. Per un sistema che mantenga un equilibrio tra accusa e giudice. Per una giustizia che resti garanzia e non diventi, anche indirettamente, strumento di pressione. Per una democrazia in cui i poteri si bilanciano, non si contrappongono.

MC