Fatti Venezuela, Putin resta il “mostro”, Trump scompare dai radar europei

 
 

Dopo i fatti del Venezuela, la narrazione geopolitica dominante in Europa mostra tutte le sue crepe. Vladimir Putin continua a essere giustamente indicato come il sanguinario aggressore, il responsabile di una guerra che ha violato il diritto internazionale e sconvolto l’equilibrio europeo. Ma la domanda, oggi, è inevitabile: è davvero l’unico leader a cui applicare la lente morale dell’Occidente?

Le recenti tensioni in Venezuela, con il ritorno di una destabilizzazione che affonda le radici anche nelle pressioni esterne e nelle sanzioni internazionali, riportano al centro una questione che Bruxelles preferisce evitare: il doppio standard.

Putin sotto accusa permanente

Sul presidente russo la posizione dell’Unione europea è monolitica. Condanna senza sfumature, sanzioni economiche, isolamento diplomatico. Una linea coerente, motivata dall’invasione dell’Ucraina e dalle sue conseguenze umanitarie. Nessuna ambiguità, nessun distinguo. Putin è il simbolo del male geopolitico contemporaneo.

Trump, il grande assente

Eppure, quando lo sguardo si sposta oltre Mosca, il silenzio diventa assordante. Donald Trump, tornato protagonista della scena politica americana, continua a essere trattato dall’Unione europea con un’imbarazzante cautela.

E questo nonostante le sue dichiarazioni incendiarie sulla NATO, il disprezzo esplicito per gli alleati europei, le minacce di disimpegno militare e l’approccio muscolare verso l’America Latina, Venezuela incluso.

Trump non ha mai nascosto la sua idea di politica estera: pressione economica, ricatto politico, uso della forza come leva negoziale. Strumenti che, se usati da altri leader, vengono immediatamente bollati come autoritari. Ma se arrivano da Washington, diventano “realpolitik”.

Il caso Venezuela e l’ipocrisia occidentale

Il Venezuela è l’emblema di questa contraddizione. Da anni il Paese sudamericano è schiacciato tra un regime interno autoritario e una pressione esterna che ha aggravato la crisi sociale ed economica. Sanzioni, interferenze, tentativi di cambio di regime: pratiche denunciate da numerose organizzazioni internazionali.

Eppure, l’Unione europea evita accuratamente di chiamare queste azioni con il loro nome quando provengono dagli Stati Uniti.

Una morale a geometria variabile

La verità è scomoda: non tutti gli aggressori sono uguali agli occhi di Bruxelles.

Putin è il nemico dichiarato. Trump è l’alleato scomodo, quello da non irritare.

Ma una politica estera credibile non può fondarsi su una morale selettiva. Difendere il diritto internazionale significa applicarlo sempre, non solo quando conviene politicamente.

Se l’Unione europea vuole davvero proporsi come attore autonomo e garante dei valori democratici, dovrà prima o poi rispondere a questa domanda:

la condanna della violenza e dell’aggressione vale solo contro i nemici o anche contro gli amici potenti?