La medicina cambia, le tecnologie si evolvono e l’intelligenza artificiale apre nuove frontiere, ma c’è un elemento che continua a rimanere centrale: la relazione tra chi cura e chi viene curato. È stato questo il filo conduttore della giornata “Umanizzazione delle cure – Significati, vissuti emotivi, pensieri, esperienze”, organizzata a Verona dalla Breast Unit dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata nell’ambito dell’Ottobre Rosa 2026.
L’incontro si è svolto nella Sala Morone della chiesa di San Bernardino e ha riunito medici, psicologi, professionisti sanitari e filosofi, chiamati a confrontarsi sul significato della cura e sull’importanza di mettere la persona al centro del percorso assistenziale.
Tra i partecipanti anche la consigliera regionale Anna Leso, presente sia in rappresentanza del proprio ruolo istituzionale sia come socia di Gi.A.DA. APS – Giovani Adolescenti Donne Adulte, associazione che ha sostenuto l’iniziativa e che opera al fianco delle donne nei percorsi di prevenzione, cura e assistenza.
Dalla medicina antica all’intelligenza artificiale
Il confronto ha attraversato epoche e prospettive diverse: dalle radici della medicina di Ippocrate e Galeno al rapporto tra medico, paziente e ambiente, fino alle sfide poste oggi dalle nuove tecnologie.
Nel corso della giornata sono stati affrontati anche gli aspetti psicologici della malattia, l’esperienza degli operatori sanitari, il ruolo della Breast Unit, le opportunità e le questioni aperte legate all’intelligenza artificiale e il contributo che può arrivare dal Terzo Settore.
«Un concetto mi ha colpito in modo particolare – sottolinea Anna Leso –. Già nella medicina antica emergeva quanto la cura dell’uomo non potesse essere separata dalla conoscenza dell’uomo».
Secondo Leso, nonostante i progressi della medicina, la relazione resta una componente fondamentale della cura.
«Oggi disponiamo di farmaci, tecnologie e professionalità che allora erano inimmaginabili ma resta fondamentale la relazione. E quando parliamo della persona che ha bisogno di essere curata, in fondo stiamo parlando di tutti noi: prima o poi nella vita possiamo avere bisogno non soltanto di una terapia ma anche di essere ascoltati, sostenuti e accompagnati».
Non solo terapia: ascolto, fiducia e accompagnamento
Il tema assume un significato particolare durante l’Ottobre Rosa, il mese dedicato alla sensibilizzazione sul tumore al seno e alla prevenzione. L’attenzione, però, non riguarda soltanto la diagnosi e le terapie, ma anche la qualità complessiva del percorso che accompagna la persona durante la malattia.
Umanizzare le cure significa anche rendere comprensibili le informazioni, costruire un rapporto di fiducia tra professionisti, pazienti e familiari e considerare i bisogni psicologici ed emotivi che possono accompagnare una diagnosi e un percorso oncologico.
In questo sistema può avere un ruolo anche il volontariato, che può intervenire su quegli aspetti quotidiani e sociali che non sempre trovano spazio all’interno della dimensione strettamente sanitaria.
Il ruolo di Gi.A.DA. accanto alle donne
È il caso di Gi.A.DA. APS, associazione nata nel 2023 che sostiene le donne attraverso attività di informazione, supporto psicologico, presenza di volontarie nei reparti e aiuto anche nella prenotazione di visite ed esami.
«Le associazioni possono fare molto perché riescono a stare accanto alla persona anche negli aspetti sociali e talvolta “invisibili” del percorso – aggiunge Leso –. La medicina e i professionisti restano naturalmente insostituibili ma la persona sostenuta e accompagnata affronta la cura con strumenti in più».
La collaborazione tra associazionismo e sanità veronese si è tradotta nei mesi scorsi anche in un intervento concreto: Gi.A.DA. ha acquistato e donato all’AOUI un’apparecchiatura laser di ultima generazione, destinata a diverse applicazioni, tra cui il trattamento delle pazienti oncologiche operate al seno, dell’endometriosi e alcuni ambiti della chirurgia fetale.
Il messaggio emerso dalla giornata dell’Ottobre Rosa è quindi quello di una sanità nella quale innovazione tecnologica e competenza clinica devono procedere insieme alla capacità di ascoltare e accompagnare la persona. Perché, anche quando cambiano gli strumenti della medicina, il bisogno di sentirsi riconosciuti e sostenuti durante la cura rimane.
































