Borsellino: “I giovani, la mia speranza”

 
 

di Alessia Bottone

Palermo, 19 luglio 1992 . Il magistrato Paolo Borsellino è assassinato da Cosa Nostra, assieme a cinque agenti della sua scorta.
Quello stesso giorno, la causa di Paolo diventa quella del fratello Salvatore che da anni chiede verità e giustizia.

Ventiquattro anni dopo Salvatore Borsellino è ancora in prima fila nella lotta alla criminalità organizzata. E lo sarà anche il prossimo 19 Marzo,a Verona in occasione del Convegno “Mafie a nordest. L’informazione e la criminalità”.  

L’auditorium congressi del Banco Popolare vedrà infatti tra i suoi ospiti anche l’Ingegnere, fondatore del movimento 19 luglio 1992 che, dal 2008, assieme al movimento Agende rosse, opera attivamente per sensibilizzare l’opinione pubblica e i giovani in cui crede fermamente ma soprattutto per fare luce sulla strage del ’92 e sulla scomparsa dell’agenda rossa, un taccuino sul quale il fratello annotava tutto ciò che aveva scoperto dopo la morte di Falcone.

 

19 luglio 1992. Com’è cambiata la sua vita?

 

Ė come se da quel giorno avessi cominciato a vivere una vita diversa, come se non fossi più la stessa persona. A quel tempo avevo fatto una scelta di vita completamente diversa da quello di mio fratello. A 27 anni, appena laureato, appena sposato con la persona che avevo scelto come compagna della mia vita, decisi, insieme a lei, di andare via da Palermo. lontano da una città in cui la mafia la vedevi, la sentivi, capivi che avrebbe condizionato il resto della tua vita.

Decisi di far crescere i miei figli al nord, in un altro paese, lontano da tutto quello che mi opprimeva, che rifiutavo, che non mi piaceva. Il 19 luglio capii che non basta fuggire dalle cose che non ci piacciono. Se crediamo che non siano giuste e che debbano cambiare, non dobbiamo aspettare che siano gli altri a farlo.

 

La mafia del 1992 è la stessa del 2016?

 

La mafia in questi vent’anni è cambiata profondamente, e non soltanto perché, tra le organizzazioni mafiose, la ndrangheta ha preso il sopravvento rispetto a Cosa Nostra ma perché, ancora una volta, è cambiata la strategia che è ritornata ad essere, dopo il periodo stragista, di attacco frontale, dei corleonesi di Riina, quello del mascheramento, della mimetizzazione, dell’infiltrazione all’interno dell’amministrazione pubblica, dell’accaparramento degli appalti, degli scambi con la politica, anzi peggio, spesso sono gli stessi mafiosi che entrano in politica.

La mafia è diventata finanza, sfruttamento e riciclaggio degli enormi capitali accumulati grazie alle attività criminali che, una volta riciclati ed entrati nel circuito dell’economia politica, ne sovvertono l’equilibrio e ne minano le regole di normale concorrenza.

A chi acquisisce un’ attività commerciale o industriale per riciclare il denaro sporco non interessa lo sviluppo dell’attività stessa dal momento che, una volta riciclato il capitale, questa può essere dismessa o mandata in rovina per passare ad un’altra attività per riciclare e ripulire dell’altro denaro.

 

In una sua intervista ha parlato della necessità di creare un luogo per strappare i giovani alla mafia e alla povertà. Quale alternativa offre oggi l’Italia ai giovani a rischio?

 

Non credo che il nostro governo dia segno di pensare a questo problema o di avere dei progetti per creare questa alternativa. Non ne sento parlare nei programmi di governo e non ne vedo alcun segno nelle leggi che vengono approvate in parlamento. L’alternativa sono persone come Padre Puglisi ad offrirla e, per questo, spesso, ci rimettono anche la vita.

In un ambito estremamente più ridotto sto cercando di creare nel quartiere della Kalsa, a Palermo, quello dove siamo nati, una Casa di Accoglienza, la Casa di Paolo, per cercare di dare ai giovani del quartiere, dove c’è un alto tasso di fuga dalla scuola, un’alternativa alla perversa spirale povertà-emarginazione-criminalità-criminalità organizzata. E questo lo sto facendo, volutamente, senza nessun aiuto da parte delle Istituzioni affidandomi piuttosto alle donazioni dei cittadini e al al loro volontario impegno quotidiano. Siamo partiti con il doposcuola, continueremo con una scuola di informatica dove io stesso cercherò di insegnare ai giovani i mio mestiere, quello dell’uso dei computer come strumenti di lavoro, faremo quanto altro possa essere utile per raggiungere l’obiettivo che ci siamo prefissati.

 

Immaginiamo per un attimo di poter riscrivere le pagine della storia. Cosa sarebbe l’Italia oggi se l’agenda rossa non fosse scomparsa?

 

Gli ultimi vent’anni della nostra storia nascono da una scellerata trattativa tra mafia e Stato per cui è stata sacrificata la vita di un servitore dello Stato come Paolo Borsellino. Paolo si sarebbe opposto con tutte le sue forze a questa trattativa e, quello che aveva scoperto prima che fosse ucciso, lo aveva scritto nelle pagine di quell’Agenda Rossa.

Gli ultimi vent’anni della nostra Storia, e gli stessi equilibri politici che li hanno plasmati, si basano sui ricatti incrociati legati al contenuto e ai nomi scritti su quelle pagine. Questa disgraziata Seconda Repubblica, come l’hanno chiamata, ha le fondamenta intrise di sangue, il sangue di Capaci e di Via D’Amelio e il sangue delle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro che sono servite ad alzare il prezzo della trattativa stessa. Su quella scellerata trattativa c’è stata, e c’è ancora, una scellerata congiura del silenzio che è durata per vent’anni e continua a durare, e il garante di questo silenzio, è stato chi occupava la più alta delle nostre Istituzioni, la Presidenza della Repubblica. A lui infatti si è rivolto uno dei protagonisti della trattativa, l’ex ministro Mannino, per chiedere solidarietà e protezione nel momento in cui si è trovato, a suo avviso, da solo ad essere incriminato per falsa testimonianza al processo per “attentato al corpo politico dello Stato” che si svolge a Palermo.

 

Falcone e Borsellino. Due morti evitabili?

 

Piuttosto che chiedersi se quelle morti fossero evitabili è meglio chiedersi a cosa e a chi sono servite. Perché e per quale scopo, pezzi deviati dello Stato, hanno dato via libera alla mano armata dello Stato deviato di compiere quelle stragi

 

Si è mai sentito solo in questi anni di battaglie?

 

Mi sono sentito solo quando, alla prima udienza del processo di Palermo, è stata respinta la mia costituzione di parte civile, che pure, in fase di udienza preliminare, era stata giudicata ammissibile dal GUP Piergiorgio Morosini. Mi sono sentito solo quando la corte del processo Borsellino Quater, che si svolge a Caltanissetta, ha avallato il rifiuto dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a testimoniare al processo su istanza della mia parte civile. Mi sono sentito solo quando, seppur richieste, tutti vertici delle nostre Istituzioni, ad eccezione del Presidente del Senato Piero Grasso, hanno risposto con un gelido e lugubre silenzio alla nostra richiesta di esprimere solidarietà al magistrato Nino Di Matteo per le minacce di morte ricevute per voce di Totò Rina, pur ristretto al regime del 41 bis, anzi forse sarebbe meglio dire tramite la voce di Totò Riina

 

Parliamo della mafia al Nord Italia. Vorrei capire perché la mafia al Sud assume sempre una connotazione negativa mentre la mafia del nord, di cui spesso si ignora o si vuole ignorare l’esistenza, è considerata furbizia, una risposta ad uno Stato “assente” che ha finito per fomentare il riciclaggio di denaro e il traffico di rifiuti industriali.

Siamo davvero così soli e così sfruttati da questo Stato da poterci permettere come risposta di essere i complici stessi di un sistema corrotto? O pensa che si tratti solo di una situazione di comodo?

 

La mafia, o meglio la criminalità organizzata, ha avuto a lungo al sud, e in parte continua ad avere, il controllo del territorio e questo è potuto accadere perché in quelle regioni lo Stato ha abdicato alle sue funzioni, lasciandole in balia della stessa criminalità organizzata perché potessero servire da serbatoio di voti per permettere a chi ci ha governato, dalla fine della guerra ad oggi, di governare il resto del Paese. Così facendo però quel tumore, non contrastato è entrato in metastasi, ha aggredito tutte le cellule dell’organismo del mostro Stato. Oggi non c’è regione del nostro Paese che sia immune dalla penetrazione delle criminalità organizzata, anche se, in una forma diversa, più subdola e anche più difficile da riconoscere da parte dell’opinione pubblica, perché è diventata finanza, è diventata la mafia dei colletti bianchi, e gli stessi imprenditori del nord, in un momento di stretta creditizia e di difficoltà congiunturale, non guardano troppo da dove arrivano quei capitali che credono possano risanare le loro aziende, e cominciano così a mettersi il cappio al collo.

 

Ing. Borsellino, vorrei che ora ci concentrassimo sui giovani. Crede che i giovani di oggi siano sufficientemente a conoscenza dei fatti? Mi spiego meglio. Le parlo da ex-studentessa. L’ultimo anno di ogni ciclo scolastico, elementari, medie e superiori è dedicato allo studio del ‘900. Ogni anno, puntualmente, per mancanza di tempo, gli studenti e i professori lamentano l’impossibilità di studiare e raccontare tutto ciò che succede dopo il 1960, in Italia e all’estero. Ne consegue una lacuna formativa molto grave dal momento che, le nuove leve, la futura classe dirigente o operaia che sia, non conosce la storia del nostro Paese degli ultimi cinquant’anni. Le dirò una cosa che potrebbe ferirla Ing. Borsellino, se domani facessi un sondaggio e chiedessi ad un range di giovani 20-30 anni cos’è l’agenda rossa, molti, troppi, non risponderebbero. Mi chiedo quindi se non sia il caso di modificare il Piano dell’offerta formativa, oppure, forse, sarebbe proprio il caso di studiare la storia al contrario cominciando dalla fine, ovvero il 2016, fino ad arrivare alla preistoria per far sì che il sacrificio di suo fratello e di tanti altri non resti solo un ricordo da commemorare ma soprattutto perché, come anche lei ha detto, per combattere la mafia è necessario conoscerla. Lei cosa ne pensa?

 

Credo che i giovani abbiano molta voglia di sapere. di conoscere, di capire, si rendono conto che il Paese che gli stiamo consegnando è un Paese in sfacelo e vogliono capire quali ne siano le cause. Il vero problema è che, non soltanto a scuola non si studia tutto quello che è successo dopo il 1960 in Italia e all’estero. Il problema è che certe cose vengono occultate e ogni livello, alla televisione e sulla stampa. Mentre ci vengono propinate ad ogni istante e in ogni momento e, per di più in maniera spesso morbosa ,tutte le informazioni possibili sui processi ai coniugi di Erba, all’assassinio di Yara, del piccolo Loris strangolato dalla madre, degli amanti dediti dello sfregio con l’acido e quanto di più trucido sia possibile scrivere ma non una parola su un processo nel quale si cerca la Verità su una trattativa che sta all’origine degli ultimi vent’anni della nostra storia. E, se è vero che tanti giovani non saprebbero rispondere alla domanda di cosa sia l’agenda rossa, ci sono tanti troppi adulti che lo hanno voluto dimenticare e che sono convinti che si tratta di vecchie storie che qualcuno si ostina a volere ancora tirare fuori. Se c’è, come c’è, una lacuna formativa questa è voluta, premeditata, e non bastano pochi professori che, spesso affrontando l’ostilità del resto del corpo docente, si affannano a fare luce sulla nostra storia recente per potere cambiare le cose.

 

La mancanza di un modello da seguire, lo scarso impegno e la non volontà di diffondere valori e ideali da seguire ha indubbiamente contribuito a scaraventare i giovani in un baratro che li ha resi spesso protagonisti della cronaca cosa che, ovviamente, li allontana dalle battaglie che questo Paese necessita per migliorare. In sostanza, troppo spesso il detto Mors tua, vita mea ha la meglio sull’unione delle forze, cosa che indebolisce ancora di più il potere della massa.

Lei crede che i media abbiamo contribuito nella creazione di un non-modello da seguire? E perché?

 

Sicuramente i media hanno contribuito e continuano a contribuire alla creazione di un modello distorto da seguire. Ciò succede perché nel nostro Paese non esiste più un’informazione libera. Ma sia chiaro, nessuno ha messo il bavaglio ai giornalisti. Sono loro stessi che se lo mettono, per essere graditi al potere, per potere fare carriera, per sperare di arrivare alla direzione di un giornale o di una canale televisivo. Non dimentichiamoci che nel nostro Paese si è permesso che si verificasse una anomalia unica, un industriale che aveva in mano le maggiori reti televisive private che, da capo del governo, ha potuto asservire ed infiltrare anche la televisione pubblica grazie ad un patto sotterraneo, forse figlio della trattativa di cui ho parlato prima. Una forza politica che ne rappresentava la controparte, anche quando poteva farlo non ha mai voluto votare una legge sul conflitto di interessi.

 

 

Vorrei parlarle dei giovani che incontro quotidianamente. Non voglio fare di un erba un fascio, e, molto probabilmente, quelli che ruotano attorno al movimento 19 luglio 1992 non sono così. Ma le vorrei comunque raccontare di quei ragazzi che ascoltano canzoni dove la parola speranza lascia spazio alla sfiducia, finendo poi per credere in quelle parole. Le vorrei parlare di quei ragazzi che non credono o hanno smesso di credere e che rispondono: “Sì ma tanto funziona così” oppure, peggio ancora ”la vita è un compromesso”. Senza contare che ci sono troppi giovani che devono sperare di “avere una conoscenza che li sistemi”, che sanno che tanto il concorso pubblico lo vincerà “il figlio di”, o “l’amico di”. Infine ci sono quelli che hanno scelto di andarsene. Cosa direbbe loro se fossero qui davanti a lei?

 

Io conosco e incontro tanti giovani che non sono come quelli che lei descrive, so bene però che tanti, troppi , corrispondono alla sua descrizione. Ma chi è responsabile di tutto questo? Non siamo forse noi adulti che abbiamo distrutto i loro sogni e continuiamo a distruggerli? Non è forse causa di tutto questo la nostra indifferenza? Non siamo stati noi ad insegnare loro i compromessi, l’assuefazione al sistema, la raccomandazione e l’ossequio del potente? Non siamo forse noi che cerchiamo di distruggere i loro sogni forse perché noi non siamo stati in grado di difendere i nostri? Eppure io so che quando incontro questi giovani, e ne incontro tanti, in tutto il Paese, mi ascoltano per due ore e più senza che si senta un solo bisbiglio, e quello che dico loro è che io non ho niente da insegnargli. Noi adulti possiamo solo dire loro quali sono stati i nostri errori, perché non debbano ripeterli, e il nostro errore più grande è stata l’indifferenza, e il mio errore più grande è stato l’essere andato via dalla mia terra, cercando di fuggire da quello che non mi piaceva, mentre se qualcosa non ci piace bisogna lottare per cambiarlo. Non esiste “un’ altro Paese”. Tutto quello da cui sono fuggito me lo ritrovo dove vivo oggi e in una forma ancora più subdola. E dico anche loro di non lasciare questo Paese, anche se a loro non piace, perché questo Paese è loro e devono riprenderselo. E se lo riprenderanno. Loro sono, come lo erano per Paolo, la mia speranza.

 

“Sono un morto che cammina” è la frase pronunciata da suo fratello nei giorni che hanno preceduto la sua morte. Lui sapeva eppure non si è sottratto a quest’ultima. Sapeva che la sua morte sarebbe stato un messaggio forte per le generazioni a venire e che avrebbe lasciato un’eredità non indifferente, la sua lotta, che lei ha portato avanti mosso dalla rabbia, una delle sue due droghe dalla quale ha tratto la forza di ribellarsi e di non arrendersi. Ecco, io vorrei che anche la mia generazione si indignasse. Vorrei che credesse che la forza della rabbia e dei sogni possono cambiare le sorti del proprio destino e quindi del nostro Paese. Lei, in tutto questo, ci crede ancora?

 

Ci credo ancora, so che mio fratello è morto cosciente del suo sacrificio. Da vivo aveva fatto tutto quello che poteva e solo con la sua morte avrebbe potuto realizzare il suo sogno e fare quello che da vivo non gli avrebbero permesso di fare. Io non ho purtroppo la fede, l’ho persa tanti anni fa, ma credo nella grandezza dell’uomo Cristo che con il suo sacrificio ha cambiato il mondo. Da vivo non poteva farlo, morendo lo ha fatto. Paolo invece la fede l’aveva, grandissima, e la sua morte è stata una “Imitazione di Cristo”, un testo della cristianità che sicuramente aveva sempre presente, così come il Vangelo.

 

E ci credo ancora, credo nella rabbia e credo nella speranza, e ci credo perché la speranza l’ avevo persa e quando ho ricominciato a parlare è stato soltanto per rabbia, ma è grazie a questa rabbia che è rinata la speranza ed è una speranza che non morirà mai più, perché finalmente ho capito quale era la speranza di Paolo, quella che nell’ultimo giorno della sua vita gli faceva scrivere, alle cinque del mattino “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

 
 

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